SEGNI “TROPPO REALI” PER CORSE “POCO VIRTUALI”

Dopo un primo momento di smarrimento, ecco podisti “inventarsi”
percorsi alternativi: chi si crea un percorso sul balcone, chi in casa, chi
nelle aree comuni condominiali; i più fortunati possono correre in giardino.

A metà marzo sono diversi gli atleti che si cimentano su questi percorsi. La
novità viene ripresa da numerosi siti di stampa locale, da siti che si
occupano di podismo; anche i giornali danno ampio spazio a queste imprese
(beh, con tutte le manifestazioni sportive annullate, dovevano pur occupare
le colonne libere). Un termine, su tutti i mezzi di informazione, accompagna
queste manifestazioni: “VIRTUALE”. Anche io mi sono creato un percorso in
giardino: 62,5 metri la lunghezza, “CoronArena” il nome. Ma fin dalla
preparazione del percorso mi sono accorto che il termine “virtuale” mal si
addiceva alla maratona che dopo qualche giorno avrei corso su quel percorso.
Per togliermi i dubbi, ho controllato il significato del termine “virtuale”,
che forse non mi era ben chiaro. (Treccani – Repubblica). Diversi sono gli
usi della parola virtuale. La definizione che più avvicina all’uso in questo
contesto credo sia “ …situazione simulata dal computer, con tutte le
caratteristiche di quella reale, rispetto alla quale è possibile
interagire”. In effetti la Formula 1, non potendo disputare Gran premi in
pista, ha organizzato un Campionato Virtuale (SKY – CircusF1). Piloti
comodamente seduti sul divano della propria abitazione, aria condizionata se
fa caldo, riscaldamento acceso se fa freddo e se piove … nessun problema: in
casa si sta asciutti. Come secondo passo mi sono chiesto: la maratona che
tracciato deve avere? Una rapida (anche se superficiale) consultazione delle
regole. Nessuna limitazione al tracciato per omologare la maratona, solo
alcune limitazioni per omologare la miglior prestazione ottenuta: dislivello
max 42 metri, distanza tra località di partenza e di arrivo max 20 km. Bene,
quindi si può definire “maratona” un percorso con una distanza di 42195
metri, anche se questa è ottenuta su un percorso più adatto ai criceti che
ad un podista “sano di mente”! Dopo queste prime considerazioni, ecco in
programma nel CoronArena la prima maratona, non una maratona “virtuale”, ma
“pazza”, la “Crazy Marathon”.

Questa doveva essere la prima ed unica gare disputata nel CoronArena, ma la
pazzia podistica è contagiosa e la settimana successiva in programma
“Quarantine Half Marathon” (anche qui assente il termine virtuale). La
differenza di questa gara sta nel fatto che è disputata da più atleti che
corrono su percorsi diversi (tutti nel rispetto delle regole del DPCM).
Forse più atleti che corrono su percorsi diversi possono giustificare il
termine “virtuale” alla gara? La risposta mi viene fornita dalla “storia”
podistica. Un nome, “Vivicittà”, una gara che si disputa in diverse città,
ma che alla fine prevede venga stilata un’unica classifica! Per chi non
conosce la manifestazione organizzata dalla UISP, ricordo che è nata il 1
aprile 1984. Anche qui nessun riferimento virtuale nella classifica finale
né nella gara. (ricordo che la classifica apportava dei bonus e dei malus,
secondo le difficoltà del tracciato).
Come me migliaia di atleti durante il lockdown hanno disputato gare in
circuiti autogestiti, gare che mi ostino (forse sbagliando) a non chiamare
“virtuali”.


A mia giustificazione, porto alcuni ”fatti reali”:
– reale era il mal di gambe e di schiena al termine di ogni singola gara,
– reale era la pioggia che mi ha bagnato, beh, solo per poco tempo,
– reale era il sangue dovuto ad una caduta
– reali erano i “bip” “bip” sul telefonino che mi avvisavano che i miei
compagni di avventura avevano già terminato la loro gara,
– reale era il sudore che bagnava la mia maglietta,
– reale era l’avvertimento di Rossana: “Mi raccomando, non entrare in casa
con quella maglietta puzzosa”
– reale era la somma che ad ogni gara “pagavo” a favore di Enti ed
Associazioni,
– ma soprattutto REALE era il mio impegno, profuso in tutte le
manifestazioni corse nel CoronArena
Beh, questo è il mio pensiero.

Se poi qualcuno vuole continuare e definire queste manifestazioni/gare come
virtuali, nessun problema: lo invito volentieri a pranzo, naturalmente un
pranzo … VIRTUALE!

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