Walsh (2003) la definisce come “l’abilità di resistere e far fronte alle sfide distruttive che a volte la vita impone, come un processo che coinvolge aspetti dinamici che sostengono, incoraggiano e promuovono l’abilità di lottare, superare gli ostacoli e andare avanti del soggetto al fine di poter vivere e amare pienamente”. Gordon (1995) pone l’enfasi “sull’abilità di crescere bene, maturare e aumentare le proprie competenze di fronte alle circostanze avverse”.
Perché si possa parlare di resilienza devono essere presenti un antecedente e un conseguente (Walker e Avant, 2005).
L’antecedente è rappresentato dalla situazione di avversità, di crisi significativa o trauma. Richardson e collaboratori (1990) suggeriscono che gli individui, reagendo ad eventi avversi della vita, scelgono, consciamente o inconsciamente, di “reinserirsi” e “reintegrarsi” opponendosi costruttivamente a queste situazioni. Questo fa sì che le persone resilienti, utilizzino e apprendano a sfruttare le loro qualità per giungere ad una riorganizzazione sul piano emotivo, cognitivo e comportamentale (Richardson, 2002).
Il conseguente, invece, rappresenta il risultato (outcome) di tale organizzazione, come ad esempio l’adattamento positivo all’ambiente.
Generalmente la persona resiliente tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei, circoscritti e ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; inoltre, tende a vedere i cambiamenti come una sfida e un’opportunità, piuttosto che come una minaccia. Di fronte a sconfitte e frustrazioni questi individui sono capaci di non perdere la speranza (Earvolino-Ramirez, 2007).
Abraham Maslow: “Lo stress è in grado di annientare le persone se queste sono fin dall’inizio troppo deboli per tollerare l’ansia e le difficoltà; altrimenti, se sono già sufficientemente forti da affrontare le avversità a viso aperto, esse le supereranno e si ritroveranno rafforzate, temprate e ancora più forti”
La resilienza, il cui significato è: “mi piego ma non mi spezzo”, sta a significare che il vero campione esce fuori dalle sconfitte con più voglia di riscattarsi, di far meglio, di migliorare gli aspetti, le aree in cui ha mostrato carenza. Chi è resiliente, infatti, non si lascia abbattere da una sconfitta ma ne esce rafforzato, analizza i suoi errori e trova le giuste soluzioni per tornare a vincere. È grazie a questa dote del carattere che si diventa campioni: alcuni ci nascono altrimenti la si può sempre coltivare.
Il concetto di resilienza è presente anche nelle persone che subiscono traumi; quelli che possiedono questa caratteristica non vanno incontro a stress acuti, o disturbi post traumatici da stress, ma ne escono più forti, con un valore aggiunto.
Gli individui che dopo aver vissuto un evento negativo attivano un processo resiliente non rimangono “intrappolati” nel dolore, ma risanano le ferite assumendosi il controllo della propria esistenza e riorganizzando la propria vita.
Essere resilienti implica il percepire al tempo stesso il dolore e il coraggio, affrontando le difficoltà grazie alle proprie risorse personali, relazionali e contestuali.
Come si reagisce di fronte a situazioni di estrema difficoltà? Alcuni esplodono a livello emozionale: danno in escandescenza, vorrebbero scaricare su chiunque li circondi la loro rabbia e frustrazione. C’è anche chi si abbandona a violenze fisiche.
Altri si comportano in modo opposto: implodono, entrando in uno stato di confusione e ottundimento. Si sentono così impotenti e travolti dagli eventi da non tentare neppure di affrontare la situazione.
Alcuni ancora tendono a raffigurarsi come vittime, rimproverando agli altri di distruggere la loro vita.
Poi ci sono quelli che superano la difficoltà contingente, si sintonizzano rapidamente sulla nuova realtà e affrontano immediatamente le sfide che questa pone. Costoro si rimettono prontamente in piedi e spesso innescano una spirale positiva, più forti e migliori di prima.
Le persone dotate di alta resilienza sono flessibili, sanno adattarsi con prontezza a nuove situazioni e prosperano nel turbine del cambiamento.
Il campione olimpico di taekwondo, Carlo Molfetta, in una intervista spiega come ha vinto le olimpiadi. Prima di tutto era determinato nelle sue intenzioni. Infatti, afferma: “La differenza la fa chi pensa: “io voglio vincere le olimpiadi”, come è accaduto a me, a Londra”. Carlo continua parlando della sua forte determinazione: “Sono una persona caparbia, cerco sempre di raggiungere le mete che mi prefiggo. È la stessa caparbietà che mi ha permesso di non smettere di fare taekwondo quando, negli anni che vanno dal 2005 al 2008, ho subito quattro interventi alle ginocchia. Quindi, il “non mollare fino all’ultimo secondo” rappresenta il mio tentativo di raggiungere il sogno che avevo da bambino”.
Da queste parole si evince la differenza di un campione, il non fermarsi davanti a imprevisti, il non mollare, il “piegarsi ma non spezzarsi”, l’essere resilienti che permette di rialzarsi più forti e determinati di prima ogni volta che c’è un impedimento, permette di ricominciare con più entusiasmo di prima, con più coraggio, con più esperienza, con più sicurezza.
Carlo aggiunge: “I pensieri, in quei giorni, erano rivolti al momento che stavo vivendo, incontro dopo incontro”. Infatti è importante essere consapevoli nel “qui e ora” di quello che si fa, momento per momento, facendo ogni cosa con la massima attenzione e concentrazione, non lasciando niente al caso, curando i minimi particolari, senza distrazioni.
Inoltre è importante sognare gli obiettivi, crederci, immaginarsi vincente, farlo credere anche agli altri. Carlo prosegue: “Ho iniziato a sognare a 12 anni. Poi successe che ufficializzarono il taekwondo come sport olimpico, a Sidney. Da lì, preso dall’euforia, iniziai a firmare autografi ai miei compagni di scuola e alle professoresse dicendo che prima o poi avrei vinto l’oro olimpico”.
Alle ore 12.00 del 28.10.2012, chiamo Mimmo Ricatti. E’ all’antidoping, quasi piange per l’emozione della sua prestazione, è arrivato 4° alla prestigiosa Maratona di Venezia, a pochi secondi dal 3°, dice che le condizioni atmosferiche erano proibitive e al 30° km era solo lui con una quindicina di atleti di colore. È contentissimo, emozionatissimo, ha fatto una bella prestazione e ciò dopo tanti infortuni, dopo tanti stop, dopo tanti impedimenti.
Mimmo è un ragazzo serio, diligente, determinato, severo con gli altri ma soprattutto con sè stesso, ma quello che gli fa fare il salto di qualità è l’essere resiliente, ad ogni impedimento si è sempre rialzato, ha sempre ricominciato con più entusiasmo di prima, con più coraggio, con più determinazione, con più esperienza, con più sicurezza e questo gli ha permesso di raggiungere tanti traguardi, dalle gare di mezzofondo fino alla maratona, intervallando le sue prestazioni a momenti che lui definisce “bui”.
Lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che dovrebbe conoscere le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza, dovrebbe costruire con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione, dare feedback adeguati, spiegare le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato, raccontare aneddoti, far parte della storia sportiva dell’atleta, condividere momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte, essere disposto ad ammettere di aver fatto un errore, di aver preteso, di aver sottovalutato, di non aver considerato.
Tra i fattori individuali che promuovono la resilienza vi sono: avere relazioni sociali intime, flessibilità/adattabilità, essere cooperativi, amabili e tolleranti e inclini al cambiamento, essere assertivi e saper chiedere aiuto, sensibilità interpersonale, autoefficacia, capacità di porsi degli obiettivi e di trovare strategie adeguate per conseguirli, progettualità futura, ottimismo, senso dell’umorismo, rete sociale di supporto informale.
Tutte queste caratteristiche possono essere incrementate con un lavoro di mental training che permette al campione di eccellere partendo da un lavoro di autoconsapevolezza per individuare e cercare le proprie risorse personali e proseguendo con un lavoro sul goal setting e sviluppo di autoefficacia personale.
Si lavora sull’autoefficacia personale attraverso la ricerca di passate esperienze di successi o prestazioni positive, l’individuazione di modelli vincenti di riferimento, feedback positivi.
Matteo Simone
Psicologo e psicoterapeuta
Bibliografia
Bonfiglio N.S., Renati R., Farneti P.M., La resilienza tra rischio e opportunità. Un approccio alla cura orientato alla resilienza, Alpes, Roma, 2012.
Idea Sport, Notiziario della Confsport Italia, Anno IV, n. 12, Dicembre 2012, pp. 9-11.
Sielbert A., Il vantaggio della resilienza, come uscire più forti dalle difficoltà della vita. Edizioni AMRITA, Torino, 2008.
Simone M., Psicologia dello sport e non solo, Aracne editrice, Roma, 2011.
Simone M., Psicologia dello sport e dell’esercizio fisico. Dal benessere alla prestazione ottimale, Sogno Edizioni, Genova, 2013.
Simone M., O.R.A. Obiettivi, Risorse, Autoefficacia. Modello di intervento per raggiungere obiettivi nella vita e nello sport, Edizioni ARAS, Fano, 2013.


