Grazie alle iniziative di un gruppo di lavoro costituitosi attorno a un impegnato studioso della corsa di lunga lena, il dottor Enrico Arcelli, anch’egli corridore e maratoneta, e al sodalizio da lui fondato a Varese, il Marathon Club, l’interesse per la distanza dei 42,195 km si è andato progressivamente espandendosi in tutto il suolo italiano. L’esempio di Giuseppe Cindolo, primo convincente dimostratore della stretto legame tra le qualità richieste al corridore dei 5˙000 e 10˙000 m e al maratoneta, dimostrazione illustrata felicemente ai Campionati Europei di Roma 1974, con il 3° posto nei 10˙000 m e il 7° nella maratona, era il segnale di un vero e proprio “boom”. Tale boom investì la più lunga delle prove di resistenza del panorama olimpico dell’atletica leggera e in genere, della corsa su lunghe distanze sia in pista che in strada; un boom che coinvolse altresì il settore femminile e, in generale, i podisti “amatori” delle non competitive. Gli effetti del boom si riassumono nell’8° posto del mezzofondista e siepista laziale Franco Fava alle Olimpiadi di Melbourne 1976; poi nel 6° posto di Massimo Magnani ai Campionati Europei di Praga 1978 e quindi con il suo 8° posto alle Olimpiadi di Mosca 1980; nell’8° di Giampaolo Messina ai Campionati Europei di Atene 1982; e ancora nel 7° posto di Gianni Poli ai Campionati di Helsinki 1983.
Ma la controprova che il progresso italiano nella maratona non è stato unicamente espressione di vertici e di pochi ristretti, è inscritta nei risultati delle prime due edizioni della Coppa Europa per Nazioni. Nel 1981, l’Italia fu prima ad Agen (Francia), con vincitore individuale Massimo Magnani e poi col 2° posto nell’edizione spagnola di Laredo 1983.
La storia della maratona italiana dei nostri giorni ha trovato un contribuito fondamentale nell’attività svolta a Ferrara dal tecnico Giampaolo Lenzi, dall’atleta Massimo Magnani e dal biochimico Francesco Conconi, noto per aver inventato il test che porta il suo nome, indagine utile per individuare il valore della soglia anaerobica dell’atleta. I successi individuali più importanti della scuola di Ferrara sono giunti con Orlando Pizzolato, due volte vincitore nella maratona di New York, nel 1984 e nel 1985, prima che gli altri italiani Gianni Poli, Giacomo Leone e Franca Fiacconi vincessero nella stessa gara della Grande Mela. A Ferrara sono confluite alcune situazioni, che hanno permesso l’evolversi di un ambiente, che ha elaborato metodiche di lavoro soprattutto nella maratona e praticabili da chiunque, approfondendo argomenti provenienti da più direzioni. Al lavoro svolto dagli atleti di élite, si affianca con entusiasmo quello amatoriale, con il rifiorire dell’attività su strada.
Il podismo di massa ha contribuito a sfatare l’idea del passato, secondo cui la donna non poteva sostenere sforzi intensi o comunque prolungati; così oggi la maratona non fa più paura a nessuno, anche il sesso femminile vi può prendere parte. La donna non potrà raggiungere gli stessi tempi dell’uomo. Essendo stata ammessa a praticare lo sport più tardi dell’uomo, il lavoro di ricerca sui metodi di allenamento è più indietro rispetto a quello maschile; tuttavia si comprende che essere una “maratoneta” significa, universalmente, aver assimilato una profonda conoscenza e padronanza del proprio corpo. Chi ha allenato atlete maratonete ha riscontrato che esse dimostrano una capacità di resistenza al dolore e al malessere fisico, superiore ai colleghi uomini. Semmai il loro inconveniente è che possono trovarsi in condizioni critiche durante il periodo mestruale.
Negli anni a finire del XX sec., i sistemi d’allenamento sono cambiati, si sono evoluti; ma comunque l’attitudine per la gara dipende dalla quantità di fibre di un certo tipo in possesso dall’atleta: per la maratona la prevalenza di fibre bianche, oltre una soglia non può andare, in quanto ciò porterà a consumare tutto il glicogeno muscolare. Il tecnico ferrarese Lenzi, il quale ha ricoperto il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di Maratona, negli anni Ottanta aveva anticipato che nel prossimo futuro avrebbero avuto successo i maratoneti con attitudine da maratoneti e che essi sarebbero riusciti ad esprimersi decorosamente anche nelle distanze più brevi. Lenzi ha vinto con la squadra italiana femminile di maratona il Campionato Mondiale di Maratona a squadre a Hiroshima, in Giappone, con le atlete azzurre Laura Fogli, Paola Moro, Rita Marchisio ed Emma Scaunich.
Comunque spetta a Oscar Barletta il merito di aver lanciato agli inizi degli anni Settanta la maratona azzurra maschile e, sul finire di quel decennio, inventare la maratona rosa. Dopo un discreto passato di mezzofondista veloce, nel periodo antecedente la II Guerra Mondiale, Barletta si è dato all’allenamento di atleti e ha portato il tunisino Mohamed Gammoudi alla vittoria sui 5˙000 m alle Olimpiadi di Tokio 1964. Dopo l’emblematica assenza di atleti italiani alla maratona dei Campionati Europei di Atene del 1969, grazie all’apporto di Barletta la maratona italiana si è risollevata, e a Montreal Franco Fava giunse 8° e Massimo Magnani 13°.
In tale periodo nasceva anche nelle nostre terre la maratona al femminile, anche perché si era ormai esaurito il lavoro di ricostruzione nel settore maschile. Nel 1980, così si svolgeva il primo Campionato Italiano di Maratona Femminile e con gli anni a seguire aumentava il numero delle atlete italiane che vi prendono parte con una preparazione tecnica accurata, non solamente fatta di chilometri percorsi. Le donne si sono avvicinate alla maratona solamente negli anni Settanta, superando decenni di ostracismo maschile, e dimostrando che la corsa di durata è adatta alle loro caratteristiche fisiche e psicologiche. Se oggi il rapporto di partecipazione è ancora scarso, e così i premi e le ricompense economiche loro riservate, sta aumentando rapidamente la partecipazione femminile alla gara dei km 42,195, come pure il loro livello tecnico. I tempi delle donne si avvicinano sempre più a quelli maschili e anche l’età di partecipazione delle donne alla maratona si và allargando. Per correre la maratona e portarla termine, comunque, a prescindere dal tempo finale impiegato, occorrono solide motivazioni per entrambi i sessi; tuttavia non sempre esse sono le stesse per tutti gli individui.
In campo femminile, gli effetti del sopra richiamato “boom” italiano nelle corse di fondo, sono stati palesi nell’ordine di arrivo della maratona disputata la prima volta ai Campionati Europei di Atene 1982: qui Laura Fogli fu 2a, Alba Milana 4a e Rita Marchisio 10a.
Posti di rilievo pure nella classifica dei Campionati Mondiali di Helsinki 1983, con Laura Fogli 6a e Rita Marchisio 7a.
Gli effetti di questo boom sono riecheggiati lusinghieri e in continuità, negli ultimi decenni, nei resoconti riguardanti il comportamenti dei corridori italiani nelle più prestigiose maratone d’America e d’Asia, oltreché d’Europa.
In particolare ricordiamo la maratona dell’Universiade di Edmonton 1983 in Canada: qui 1° fu l’atleta romano tesserato per le Fiamme Oro, Alessio Faustini, 2° il siciliano Giovanni D’Aleo e 9° il piemontese Alessandro Rastello.
Per quanto riguarda la prova degli italiani alle maratone olimpiche, l’edizione in cui il colore azzurro è apparso più splendente, nel secolo scorso, è stata quella delle Olimpiadi di Seul 1988, prima del successo di Stefano Baldini ad Atene 2004. A Seul, capitale della Corea del Sud, Gelindo Bordin vinse la medaglia d’oro e la squadra italiana di maratona colse l’ideale 2° dietro al Giappone, con il 16° posto di Orlando Pizzolato e il 19° di Gianni Poli. Bordin fu protagonista dal primo all’ultimo metro, sempre con il gruppo di testa, all’attacco, per fare la selezione al 30° km; nel finale egli si è sapientemente amministrato, evitando di spendere eccessive energie per rispondere all’attacco del gibutiano Saleh e poi piazzando una favolosa rimonta. All’età di ventinove anni Gelindo Bordin realizzava quel sogno iniziato a quattordici con la sua prima gara non competitiva.
In campo femminile, sempre a Seul 1988, Laura Fogli coglieva il 6° posto, con il nuovo record italiano sulla distanza, 2h27’49”; Maria Curatolo era 8a, con il tempo di 2h30’14”; Antonella Bizioli giungeva 23a, in 2h34’38”.
Negli ultimi anni la maratona italiana maschile è legata soprattutto al nome di Stefano Baldini, vincitore alle Olimpiadi di Atene 2004. Ma con lui si ricordano altri atleti, come Vincenzo Modica, Danilo Goffi e Ruggero Pertile.
Stefano Baldini ha calcolato che, tra allenamenti e gare, al momento del suo ritiro dalla scena agonistica, risalente all’ottobre 2010, alle soglie dei quarant’anni, ha raggiunto 180mila km, ossia quattro volte e mezzo il giro del mondo. Al suo attivo ci sono ventisette maratone (ossia quasi tre all’anno) da Venezia 1995 (2h11’01”) a Barcellona 2010 (ritiro). Stefano ha iniziato a correre all’età di dodici anni. I suoi allenatori sono stati prima Emilio Benati, che ha costruito le basi e poi ha avuto l’intuizione e l’umiltà di consegnare il suo allievo nel momento giusto alla persona che più di qualunque altro avrebbe potuto tirar fuori da quella macchina una fuoriserie: Luciano Gigliotti, che aveva in precedenza portato Gelindo Bordin all’oro olimpico di Seul 1988. Gigliotti ha iniziato a seguire Stefano nel 1992 e, da allora, ha messo la firma su tutti i suoi trionfi.
Stefano Baldini si può ritenere il più grande maratoneta italiano di sempre. Prima di lui, l’Italia aveva fatto parlare di sé nella storia della maratona grazie soprattutto a due atleti: Dorando Pietri e Gelindo Bordin. Ma l’oro dei Giochi di Londra 1908 (Pietri) e il vincitore dell’oro olimpico di Seul 1988 (Bordin) non possono sfoggiare:
‒ i risultati di Stefano, ottenuti tra l’altro contro avversari più numerosi e agguerriti, in un momento in cui la gara della maratona è entrata in una dimensione mai vista prima;
‒ la longevità ad alti livelli.
Nel testa a testa con Bordin, in particolare, Baldini mette sul piatto della bilancia un oro olimpico e due titoli europei come il veneto, ma due bronzi mondiali contro uno.
Da parte sua Gelindo può vantare un grande successo internazionale, nella Boston Marathon 1990, che manca nel carnet di Stefano. Questi comunque colse due secondi posti alla London Marathon e un 3° alla New York City Marathon. Poi, a livello di primati italiani, il conto è di 3 a 2 a favore dell’emiliano. Questi dalla sua parte ha altresì dieci stagioni al top rispetto alle cinque del veneto: in ogni modo sono due nomi che hanno fatto la storia della maratona italiana dei nostri giorni. Li accomuna il nome di un tecnico, Luciano Gigliotti, il quale dal canto suo ha condotto al vertice numerosi altri atleti azzurri delle corse di resistenza.


