TAVAGNASCO, FESTA PER TUTTI

di Laura Failli

Sono mesi che non porto a termine una maratona, dopo averci provato il 14 agosto sul Lago d’Orta ed essermi ritirata al 25°, io che prima non mi ritiravo MAI, e vado alla 8 Ore del Canavese con molti dubbi e poche velleità. A Orta non avevo mollato solo per i dolori, il fisico avrebbe chiuso un occhio, e anche tutti e due, e in qualche modo sarebbe arrivato al traguardo. Era il cervello che non voleva e che ha imposto il suo dictat.

Perché dico questo? A chi può interessare? Non so, ma credo che a ciascuno di noi, nella corsa o in altre nostre attività o passioni, sia capitato il momento in cui si è seriamente pensato di non essere più in grado di riuscire a fare quella cosa. Troppi gli acciacchi, le ferite, gli anni, le battute di arresto, le delusioni, gli incidenti di percorso con persone o situazioni varie. Forse è giunta l’ora di smetterla lì, e riprogrammare la propria vita senza quell’attività che pure tanto ti appassionava e che, nel profondo, ti piace ancora.

Il giorno prima della corsa ero stata alle terme di Saint Vincent, bellissime, godendomi il tramonto sulle Alpi da una piscina all’aperto e questo la dice lunga sulla mia determinazione e competitività. Mai andare a mollo nell’acqua calda a lessarsi le ossa prima di una gara! Ero uscita alle 11 di sera dallo stabilimento termale, con la testa piacevolmente vuota e le membra completamente scariche, la condizione peggiore per impegnarsi in una maratona il giorno successivo.

Nonostante la bollitura, la notte non dormo e mi ritrovo al mattino con due borse sotto gli occhi degne d’un dromedario e la voglia di correre di un gatto addormentato. A nulla valgono i due caffè dell’albergo, la giornata è tersa e abbagliante e mi ferisce gli occhi, che anelano solo il riposo.

Credo che nessuno dall’esterno veda quanto io soffra nel vedere il mio personale declino psicofisico, ed è meglio così. A qualcuno che gentilmente s’informa su come sto, provo a dire che sono ferma per via di un ginocchio, poi  dico a me stessa, ma che cavolo? Che importanza ha per chiunque? E prendo a rispondere “tutto bene”.

Il giro, di circa 1300 metri, è breve ma molto panoramico. Ci si distrae piacevolmente non solo incontrando e salutando gli amici, ma anche semplicemente guardandosi intorno. All’inizio si passa vicino all’ambulanza, con i suoi volontari e il dottore così affabili e gentili, sempre pronti a dispensare un sorriso, un incoraggiamento.

Poi si costeggia il bellissimo allevamento di struzzi, ricco di altissimi uccelli grigi dal lungo collo, che si muovono eleganti sulle esili zampe becchettando soavi i lombrichi nel terreno, circondati da una vegetazione lussureggiante. (Al termine della corsa, qualcuno ha persino comprato un gigantesco uovo di struzzo, costo: 18 euro!)

Da lì si arriva nella piazza della chiesa di Santa Margherita, che ospitava la Confraternita del Gesù. Le Confraternite erano enti religiosi dediti all’aiuto dei più poveri, dei carcerati, degli emarginati (forse anche dei podisti spompati come me?), che hanno lasciato numerosi arredi, tele e opere d’arte. La chiesa, che ho visitato prima della gara, in stile barocco, ha un ballatoio in pietra e muratura nell’aula centrale, con un bellissimo altare ligneo a foglia d’oro e una pala d’altare.  Nel mezzo del dipinto c’è un foro, che la leggenda narra sia stato lasciato dalla sciabola di un soldato di Napoleone nella sua avanzata verso il centro Italia. Un’altra leggenda dice che, nascosto da qualche parte, vi sia addirittura il Sacro Graal, e mi pare curioso che io sia venuta qui per imbattermi in una traccia di questo simbolo di rinascita spirituale, che per tante strade e lungo tempo cercarono invano i Cavalieri di Re Artù.

Sul lato opposto della piazza, a lato di un’alta cancellata in ferro battuto, c’è una lunga panchina di legno, che ospita almeno sette persone, che applaudono e incitano tutti i concorrenti. Dopo pochi giri ci faccio amicizia e non c’è volta in cui non mi fermi per scambiare con loro qualche battuta e farli ridere con mimiche improvvisate. I loro sorrisi mi scaldano il cuore. Sono gli ospiti della casa-famiglia che dà sulla piazza, i cui ospiti hanno avuto la libertà di assistere alla corsa, distraendosi per un po’ dalla loro routine e dimostrandoci tutta la loro empatia e il loro calore. Quando poi vengono fatti tornare all’interno, sentirò la loro mancanza nel costeggiare la lunga panca vuota.

Sarebbe bello, l’anno prossimo, invitarli a cena, alla festa. Tutti, o quanto meno quelli che possono muoversi.

Proseguendo sul percorso, si trova una salitella all’interno del paese, con signore anziane molto simpatiche che salutano dai balconi fioriti, seguita da una discesa costellata di tanti fontanili e antichi abbeveratoi dove, quando non ne posso proprio più, mi infilo con tutte le scarpe, fino al ginocchio, gustandomi il refrigerio dell’acqua ghiacciata.

Tornando verso il gonfiabile, si inizia a sentire la musica del cantante che ci farà compagnia fino allo scoccare dell’ottava ora, che io non vedrò perché, grazie al cielo, agli struzzi e alle fontane, dopo circa 6 ore e mezza termino la maratona e mi fermo senza rimpianti.

Sono venuta a Tavagnasco per ricominciare per l’ennesima volta, ma anche per scuriosare alla festa di compleanno del Presidente del Club Super Marathon, e mi rimane molto tempo per lavarmi e mettermi in tiro, tacchi alti, gonnellino di paillettes dorate e camicetta, con cui poi danzerò felice per ore insieme ai bravi ballerini brasiliani e agli ospiti rimasti, fino all’apoteosi dei fuochi d’artificio.

Paolo Gino e suo figlio danno fuoco alle polveri e la serata ha termine in un tripudio di scintille. Le stesse scintille di felicità che vedo negli occhi emozionati delle numerose bambine presenti alla festa, che si sono divertite quanto me. Grazie a loro, scaccio i grigi fantasmi dei ricordi e i rimpianti che premono alle porte della memoria. Davanti a me c’è ancora un bel tratto di strada da fare, illuminata dal baluginio degli ultimi fuochi che, volteggiando, si spengono ricadendo verso il suolo.

Chissà se i botti hanno svegliato i miei amici nella casa di riposo.

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