Con 52.704 arrivati la NYC Marathon 2018 è la più grande di sempre. Tante statistiche son già on line, ma come ci si sente alla quarta partecipazione in questo Oceano di maratoneti. Apparentemente è la corsa più facile della Terra perché le onde e le band ti portano da sole all’arrivo. Ma miglio dopo miglio si cambia visione ci si abbandona alle onde e si perde la nostra individualità, come una piccola pazzia ci prendesse tra i due milioni di spettatori e le 130 band che martellano. Il maratoneta non è Uno da solo che corre, e la realtà non è oggettiva in mezzo a così tanta gente. In tre mosse si passa dal considerarsi unici fra tutti (Uno, appunto) a concepire che si è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza di essere parte di questo evento da record (Cinquantamila). Ma mentre la città dei 50.000 la si vede solo alla partenza nelle 4 ore di stretta convivenza a Fort Wadsworth dove comincia il ponte di Verrazzano, la moltitudine dei due milioni di persone che urlano indemoniate la si tocca attraverso le 5 dita picchiate, i bassi delle band e gli acuti del pubblico, in questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito in un vortice di piacevole relativismo che ti spinge chilometro dopo chilometro.
Come dicevo, a New York son tornato più volte perché l’ho usata come trampolino per altri viaggi e avventure. Ultimamente anche per le Maratone. Nel 2010 ci corsi la prima Maratona da incosciente senza nemmeno sapere che cosa fosse, venni ad accompagnare un amico che mi iscrisse a tradimento. Sapeva che avevo un vecchio detto che rimbalzava intesta: “prima dei 50 anni bisogna correre la Maratona di New York e scalare l’Everest”. Già non so se l’avete mai sentito, ma questa cosa mi ossessionava come se dopo, col declino fisico, queste due cose fossero irraggiungibili. Una la feci. Quell’estate ero allenatissimo perché feci il giro delle Alpi in bici da Mentone a Trieste, pedalando per tutti i passi mitici delle Alpi francesi, svizzere e austriache. 2000 km con 25.000 m di dislivello.
La mia prima Maratona a New York del 2010 fu devastante, ancora adesso mi domando che ci stavo a fare. Inutile fare il racconto delle sensazioni che si vivono, ci sono ormai in tutti i “post” del giorno dopo. Ma per me rivedere e sfilare in tutti quei posti che amavo così tanto era come salire in cielo. Tutta la gente sembrava lì solo per me da Brooklyn a Central Park. Un vuoto enorme mi strinse il cuore quando tutto finì e tornai da solo nella mia cameretta. Ma giurai che non avrei più smesso, e dopo otto anni son ancora qui a maratonare.
La mia seconda Maratona a New York nel 2012 fu tragica. La città era stata devastata dall’urugano Sandy. Quando arrivammo il nostro Hotel era stato evacuato per sicurezza. Non c’era corrente in metà Manhattan, dappertutto devastazione e relitti. Il venerdì sera ci dissero che non si sarebbe corso. Si sarebbero fatte solo delle sgambate a Central Park. Quella Domenica mi misi in proprio. Partii alle 7.30 dall’Arrivo dove era stato tutto predisposto e corsi la maratona al contrario attraversando tutti i quartieri che portavano il segno dell’Uragano appena passato. Arrivai alla sera al Ponte di Verrazzano, dove il tramonto illuminava la baia piena di ruspe e pompieri.
La mia terza Maratona a New York fu nel 2014. Ci andai per recuperare il pettorale con mio figlio Carletto. Corse la sua prima Maratona e con i suoi 18 anni fu il più giovane finisher Europeo. Uno strano debutto, lui non era mai stato là e ripensavo a me giovane e a tutta la strada che ho fatto per poi consegnare a lui su un piatto d’argento la cosa più bella che mi era capitata qui.
La mia quarta Maratona a New York sarebbe dovuta essere nel 2016 con il Club Super Marathon Italia. L’idea era di fare un gruppo che provava a concluderla insieme, ma naufragò nonostante gli sforzi e rinunciai a venirci nonostante avessi già prenotato e pettorale. Ma nel 2018 qualcuno che mi vuole bene mi ha iscritto tramite la lotteria ed eccomi qua. Ottima la soluzione logistica di Podisti.net a fianco all’arrivo in soli 5 minuti mi sono trovato in albergo, simpatici tutti Morselli in testa.
Scorrendo la Maxiclassifica di Correre è strano rendersi conto che La maratona di New York è la quinta maratona italiana come numero di partecipanti. Con i suoi più di 3000 italiani al arrivati a Central Park è battuta solo da Roma (13.318), Firenze (8.438), Venezia (5.908) e Milano (5.303) e subito davanti a Verona (2.708). Fu colpa come dicevo prima dell’uragano Sandy a far arrabbiare gli innamorati di New York altrimenti a quest’ora sicuramente saremmo più di 4.000, ma la ferita si è rimarginata e gli Italiani battono Francesi e tedeschi alla stragrande.
Già New York ha qualcosa di speciale, l’attrattiva turistica e la nomea che dà risalto in patria.. ancora adesso dire ho corso la Maratona di New York verso il 99% dei non addetti genera meraviglia e scalpore come se fosse un’impresa eccezionale. Eppure sempre su Correre nel 2017 dei 39.700 che ha concluso una maratona hanno corso in 74 italiane e 127 estere e New York è la principessa.
Alla partenza di ognuna delle 4 wave si sente Sinatra che canta: “My little town blue I’m melting away, I wanna be a part of it New York New York!!!”, Sono spesso stato parte di questa grande mela, di questo melting’ pot dolce e confusionario, un palcoscenico con le luci sempre puntate, una città sempre accesa 24 ore su 24 senza alcuna tregua.
“The city that doesn’t sleep”, cantava Frank Sinatra. A chi non è mai piaciuta questa canzone? Suggestione infantile, qui tutto appare alto immenso e irraggiungibile e anche la Maratona di New York potrebbe ricadere in questa suggestione. Inutile ripetere la solita storiella: “Scusi, ma lei corre le maratone? Ha corso anche quella di New York?”
Per il 99% delle persone, quella di New York appare più lunga, più dura, immensa e irraggiungibile. Deformazione mentale o semplici sogni che vorrebbero avverarsi. Troppi film, libri, foto della nostra gioventù, quando la globalizzazione passava ancora dal cavo sotto l’atlantico appena più in là delle Colonne d’Ercole. Allora c’era ancora il modo dire “ho trovato l’America”.
Lucio Dalla Cantava “Ma l’America è lontana, dall’altra parte della Luna”, ma adesso, dopo Leman Brothers e l’11 settembre, tutto é meno fulgido e qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure della memoria. Avvenimenti che ce l’hanno fatta sentire più fragile e vicina. Tutto passa, e poi l’11 settembre che è pur sempre il giorno del mio compleanno. Adesso lì c’è la torre della libertà di 1776 piedi, pari a 541 metri e 32 centimetri al pennone (mentre l’altezza fino al tetto è di 417 metri) Il numero 1776 non è casuale: è stato scelto poiché rappresenta l’anno della dichiarazione d’indipendenza degli USA. Su al ristorante si versa qualche lacrima pensando a quando si cenava quassù nelle torri gemelle e come la vita sia strana e come quelle 2966 vittime e 6000 feriti gridano ancora tra le strutture del nuovo palazzo. Sia io che Billy Biagini grande viaggiatore ci lasciamo andare ai ricordi. Billy (Andrea) Biagini è uno dei soci che solca Oceani da anni sia per lavoro che per piacere. E’ uno dei soci con più maratone all’estero. In questo ultimo mese ha fatto Sidney, Chicago e New York. Un Gentleman che ricorda il Phileas Fogg del giro del mondo in 80 giorni solo che lui lo farebbe in 80 ore tanto per la voglia di scoprire e superare i propri limiti, che mi ricorda un po’ come ero io qualche anno fa.
Infatti mi ricordo la prima volta che arrivai a New York avevo solo 20 anni e una vita davanti. Un volo Sabena da Brussels per 99 $. Solo il nome dell’aeroporto mi dava i brividi: JFK. Johnatan Fitgerald Kennedy. A pronunciarlo brividi di libertà e sangue dietro la schiena. Presi la metro per il centro che mi faceva un po’ paura tanto era tanto peggio di quella di Milano. Mi dicevo che cesso di posto, era come “1999 fuga da New York”. Ma quando salii i gradini della metro e sbucai fuori, avevo davanti un grattacielo immenso, il Pan Am Building, la compagnia aerea che non c’è più. Era notte e alzai gli occhi al cielo su e ancora più su. Più li alzavo, più mi mancava il fiato. Immensa apnea, immensa immagine. Una parete di finestre illuminate infinite arrivava fin oltre potevo scorgere. Buttai indietro tutta la testa, la bocca aperta trattenendo il respiro.
Quando mi ripresi, mi sentivo la più classica cacca di mosca su di un classico vetro pulito, un moscerino spazzato da un tornado in fondo a un Canyon. In quel momento morivano tutte le mie certezze di ventenne e capii con molta umiltà che bisognava ricominciare da capo, un po’ come perdersi nella maratona di ieri. Col mio zaino vagai tutta la notte tra quelle valli di cemento e cristallo senza più ripeter l’errore di cercare il cielo e alzare gli occhi. Avevo imparato. Più giovane marmotta che figlio dei fiori, piantai con orgoglio alle 4 di mattina la mia canadese nell’unica aiuola di un Medical Center ma lasciai la testa fuori per non perdermi neanche un attimo dell’America. Tra Jet Lag e emozioni mi svegliai solo dopo tre o quattro ore quando una fredda potente doccia mi fece scoprire come funzionano bene gli irrigatori automatici dei prati americani.
Il giorno dopo galleggiavo sulle Avenue, portato da maree di impiegati in grisaglia e donne con tailleur da hostess come se fossero stati fatti tutti con uno stampino New Yorker. Pochi turisti e nessun italiano. Con lo zaino azzurro e la vecchia Nikon, battezzai tutte le icone della City. Cominciai da impacciato boy scout, ma imparai a fare lo slalom tra immensi incroci e maree di YesMen che venivano dalla parte opposta.
Di sicuro facevo un poco pena o forse simpatia. A differenza di Milano, c’era sempre qualcuno che ti salutava e sorrideva, e adesso è rimasto uguale, la gentilezza prima di tutto. Non ti parlava, ma capivi che non eri del tutto fuori posto. La prima cosa che scoprii furono i piccoli negozi traboccanti di ogni merce e quelli di elettronica agli albori gestiti da ebrei, lontani da quello che sarebbero stati poi i centri commerciali delle periferie e dei Mall. Avevo un budget di 500 $ per tre mesi, altro che ebreo, potevo spendere solo 6 $ a giorno. Cominciai a nutrirmi di latte e biscotti secchi, viaggiavo a piedi e in autostop e stavo ben lontano da qualsiasi locale dove si dovesse bere una cosa calda o mangiare un boccone. Alto là! Girare al largo! Ascoltavo da fuori le voci dei camerieri. Everything’s ok? Need something else? Are you done? Do you want the bill? You can pay me! Pensavo, che noia questi, e se uno al ristorante volesse passarci un’oretta a fare una chiacchierata tranquillo, quante volte spezzerebbero il discorso, quante smorfie, tutto per farsi lasciare il 18% di mancia, così dei miei 6 dollari se ne sarebbe già evaporato uno.
Guardavo incuriosito come usassero la carta di credito per pagare tutto, anche un caffè. Da noi ancora non esistevano. Sognavo di far come loro, viaggiare con un paio di jeans e una carta di credito illimitata, occupandomi di far grandi scoperte senza badare a come sbarcare il lunario un po’ come fa finta di fare Billy adesso. Tutti i giorni carne, salmone, le patate ripiene di burro, verdure e frutti colorati, polli fritti, l’indiano, il thai, il sushi, e senza farsi riconoscere italiano. E poi il primo Motel sulla via senza cercare ponti o giardini dove piazzare la tenda.
Facendo questua e chiedendo passaggi, girai tutta New York isole comprese, e la usai come trampolino e serbatoio di motivazione per il più grande viaggio della mia esistenza, quasi sempre in autostop o su qualche scassato pullman riuscìi in tre mesi a fare 25.000 km visitando 38 stati Usa, 6 del Canada e 4 del Messico, facendo due Coast to Coast e andando dall’Alaska alla Florida, passando da Acapulco.
Tanti sarebbero gli episodi da raccontare. La neve nello Yukon ad agosto, due alci che mi entrarono in tenda nella baia di Hudson, una tempesta di sabbia nel Deserto di Chihuahua, gli amici di San Francisco che mi portarono a vedere il tramonto sul Golden Bridge e che sento ancora adesso. E che dire di quando mi arrestarono sulla Turnpike Highway vicino a Tampa in Florida perché era vietato fare l’Autostop. Allora non c’erano i telefoni e le collect call erano difficili. Ai miei poveri genitori mandai solo una cartolina dall’Alaska dopo un mese, quando la ricevettero abbandonarono ogni speranza di venirmi a cercare, mio padre diceva “di sicuro ha già fatto tutta la Siberia e sarà a Mosca: un paio di settimane ed arriva…”
Quando mi sentivo solo e sconsolato e cercavo un passaggio, pensavo che quella strada finiva a Nyc sotto il Pan Am Buiding, coi 6 dollari che avrei avanzato sarei salito su un Taxi Giallo e avrei girato nello scorrere lento del traffico; quando il tassametro avresse segnato 5,99 sarei saltato giù dal taxi cantando: “My vagabond shoes are longing to stray….”
Se negli Usa è difficile perdersi, a New York è impossibile. Le strade di Manhattan formano una griglia di vie parallele e perpendicolari tra loro che si ripete con ordine nella mente. Anche durante la Maratona, quando si arriva a Manhattan si torna all’ordine delle caselle dei nostri vecchi neuroni: quelle orizzontali sono le Street e sono numerate (la 34esima, la quarantaduesima, ecc.) in ordine crescente da sud a nord e quelle verticali sono le Avenue, anch’esse numerate in ordine crescente ma da est a ovest, obviously. Su Uptown e giù Downtown. Le distanze si misurano col numero di blocks: 3 blocks, 5 blocks. No maps. Se si ha il coraggio di alzare gli occhi, si vede l’Empire State Building, e gli altri grattacieli, dal Chrysler al Rockfeller Center.
Fa eccezione Broadway, ma si fa perdonare per i musical e i teatri tutti intorno al Times Square e alla 42esima strada. Tanta luce, colori, schermi giganti su grattacieli senza fine, insegne pubblicitarie, rumori del traffico e una folla incredibile di gente che si muove come in un formicaio. Scioccante, bello, eccitante, soffocante, ma dà la carica come un ultimo chilometro. A Broadway io e Billy abbiamo assistito all’ultimo musical su Carole King e a a un altro musical Chicago. Sfumato invece nonostante avessimo i biglietti il concerto con Art Gartfunkel peccato, rimpiazzato da una super bistecca da Gallaghers (very cult x me) sulla 59th. Alcuni posti restano nel cuore e nello stomaco….
Ma nel cuore ci mancano le due torri da allora, le più alte, quelle che pur facendo uno sforzo non si vedeva la fine. Là c’è Ground Zero, un grande buco, una ferita che ancora sanguina, immenso spazio vuoto nel cuore di Manhattan, tante vite perdute, ma pieno di significato e di forza, perché nessuno si é arreso. Adesso c’è il World Trade Center Memorial, per non dimenticare mai, per far capire che quella ferita deve rimanere la Freedom Tower da cui guardo giù pranzando con Billy e raccontandoci le nostre avventure.
Sembra di stare su aereo il Ponte di Verrazzano là in fondo e l’Hudson sotto di noi. Un puntino verde la statua della libertà e ordinata come la Svizzera lo scacchiere di Ellis Island. Andiamo là gli dico devo fare una cosa. Scendiamo e prendiamo un traghetto per l’isola dove arrivavano gli emigranti un secolo fa. Non c’ero mai stato perché lo consideravo troppo turistico ma mi ero ripromesso di andarci. Da bambino mia nonna mi raccontava sempre di un suo fratello che aveva 15 anni più di lei che andò in America e sparì nel nulla. Inutile le ricerche neppure si seppe se fosse mai arrivato. Fu il cruccio che si portò nella tomba la sua mamma. Qui adesso con 7 dollari si ha accesso ai registri che sono stati digitalizzati e si può fare una ricerca accurata tra 65 milioni di dati. Con un po’ pazienza inserendo il cognome e il paese di origine lo riesco a trovare, incredibile! IL 7 maggio 1908 il fratello scomparso di mia nonna arrivò a New York da Napoli sul bastimento Liguria da allora che fine abbia fatto è un mistero, ma mi piace pensare che qualche suo nipote mi abbia dato il cinque ieri sulla First Avenue.
New York. New York!






