Questa telefonata colse di sorpresa Angela il pomeriggio del 28/11/2005, durante la quale aveva mostrato una calma apparente. Agganciato il ricevitore, fece salti gioia. Non perse tempo a leggerli, appose la firma su quei moduli zeppi di mille clausole e li restituì, senza rendersi conto che per quella data aveva programmato altri importanti e costosi impegni. Come spesso capita ai mariti, toccò a me sistemare il tutto, riuscendo ad ottenere dall’agenzia la possibilità di tornare un giorno prima da un viaggio organizzato ed anticipatamente pagato.
Ed appunto il 5/1/2006, sbarcato a Fiumicino proveniente da Brisbane, percorrevo l’A1 in direzione sud, riandando con la mente alla favolosa baia di Sydney, ai canguri ed ai koala visti nell’isola di Kangaroo, al monolita Uluru di Ayers Rock, alla stupefacente barriera corallina di fronte a Cairns ed al bagno fatto nella Gold Coast. Un “sogno australiano” ben riuscito, anche perché fatto con un gruppo affiatato composto da 5 signorili veneti che non hanno mai parlato dialetto(neppure fra loro!), concedendosi soltanto la melodiosa cantilena ondeggiante; da un 76enne messinese che parlava esclusivamente siciliano, col quale abbiamo sempre scherzato, ma che si difendeva tanto bene con le sue battute e risposte da diventare la nostra mascotte; da una coppia in viaggio di nozze residente a Novi Ligure, ma genovese, che si mordeva le mani nell’apprendere che Angela li batteva nel risparmio, riuscendo ad ottenere un cambio-valuta più vantaggioso ed acquistando gli stessi souvenir a prezzi più bassi. La guida era una signora di Cesena, che ci teneva a dire di non essere emiliano-romagnola, ma esclusivamente romagnola, e pronunciava il suo cognome, Pezzi, alla maniera dialettale, in modo che non ci fossero dubbi sulle sue radici; ed a questa dichiarata “romagnolità” dava man forte una coppia di Imola con al seguito due figli adolescenti: senza dubbio i più estroversi, amanti della buona cucina e, soprattutto, del buon vino, ed ebbi la conferma di quanto affermato da Giovanni Tamburini: se entri in una casa e ti danno acqua, sei in Emilia; se ti offrono un bicchiere di vino, sei sicuramente in Romagna.
Avevo da poco superato il passo più alto dell’Appennino e la Thesis scivolava lungo le sinuose curve della discesa che porta alla pianura di Puglia, quando squillò il telefonino di Angela. Era la coordinatrice della Samsung che le chiedeva due nominativi per rimpiazzare altrettanti tedofori che avevano dato forfait all’ultimo momento. Un po’ per amore, penso, ed un po’ perché qualche maratona la porto a termine anch’io, fece il mio nome, cui aggiunse quello di Eligio Lomuscio.
Il 6/1/2006, al briefing brillantemente condotto dalla simpatica Valentina, il più felice dei 26 tedofori, che avrebbero percorso 400 m. ciascuno per le strade della città, era proprio lui, Eligio Lomuscio, il tapascione per antonomasia: dotato di un entusiasmo per la maratona inversamente proporzionale alla lentezza con cui la corre, non stava più nella sua pelle, combattuto com’era da eccitazione, emozione e…pianto! Ed una volta tanto la moglie e le due figlie, che avevano sempre disapprovato la sua folle passione per la corsa, stanche e deluse di vederlo arrivare sempre ultimo al traguardo, apparivano orgogliose dell’essere stato scelto come tedoforo.
La fiamma olimpica ha sostato nella Città della Disfida fra le ore 14 e le 16, il momento peggiore per le sue abitudini tipicamente mediterranee, e s’è temuto la scarsa partecipazione del pubblico, occupato a prolungare il pasto del giorno festivo. “Per cui – aveva raccomandato Valentina – mostrate il vostro entusiasmo, applaudite voi i tedofori nell’atto dell’accensione della torcia, fate un po’ di scena”. Previsione sbagliatissima: molta folla era assiepata sui marciapiedi, i balconi erano pieni di gente, molti hanno corso ai bordi della strada dietro i tedofori.
Col sacro fuoco d’Olimpia, proveniente dalla vicina Trani, è stata accesa la torcia del primo tedoforo, che a sua volta ha acceso quella del seguente, e così via per tutto il percorso cittadino. Già, il fuoco, che Prometeo, amico degli uomini, aveva loro concesso sottraendolo dal carro del sole, e che Zeus punì facendolo incatenare ad una rupe della Scizia, dove un’aquila continua a mangiargli il fegato, che continuamente ricresce. Principio primo di tutte le cose per il pitagorico Ippaso di Metaponto ed Eraclito, centro dell’universo per Filolao di Crotone. Una colonna di fuoco guidò Israele nel deserto. Lingue di fuoco caratterizzano la Pentecoste. Il fuoco è lumen Christi per la liturgia cattolica.
Il fuoco, dono immenso per gli uomini, è diventato l’immagine stessa dell’Olimpiade e simbolo di fratellanza, libertà, creatività, ragione. Ed il tedoforo rappresenta il legame fra tutte le città e le regioni d’Italia e del mondo.
Tutto sommato, il pedaggio che questi sentimenti hanno pagato al mondo della pubblicità è stato modesto, ed è consistito in un automezzo della Coca Cola e della Samsung, soverchiati dal numeroso servizio d’ordine e dal personale dell’organizzazione, per cui l’attenzione del pubblico è stata tutta diretta verso i tedofori.
Giunto alla periferia della città, il sacro fuoco d’Olimpia ha imboccato la SS 16 bis alla volta di Cerignola, e l’ho seguito con lo sguardo finchè non è scomparso all’orizzonte. Nonostante le buone intenzioni, queste manifestazioni non fanno neppure un solletico ai “corsi e ricorsi” della Storia, che continua ad esprimersi secondo gli schemi vichiani. Ma la vita degli uomini è fatta anche di queste cose inutili ed indispensabili, che servono a generare aspettative e dare l’impressione che qualcosa cambi perché tutto rimanga come prima.
Da un punto di vista personale, posso affermare, sebbene abbia percorso migliaia di chilometri nella mia vita di supermaratoneta, essere stati questi 400 m., cui sono stato per caso chiamato a correre, unici ed indimenticabili.


