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Doveva essere la mia gara dell’anno e così è stato, non ha deluso le aspettative. La LUT, Lavaredo Ultra Trail, 120 km con 5.800 m D+ mi incuteva timore alla vigilia eppure erano tre anni che attendevo questo momento, anche se non ero al massimo della condizione fisica. Il dado era tratto e non si torna indietro.
Grazie a Gabriele Zeni che mi ha sostenuto ed invogliato, ottimo compagno delle ultime avventure ultratrail e garanzia di positiva trasferta, grazie a Daniela Bernabè per lo sprono ad insistere e grazie ad ambedue per i consigli sul percorso, con questi due forti atleti ho corso gli ultimi ultratrail di preparazione, belle persone, felice di condividere con loro queste esperienze.
Alla partenza eravamo in tantissimi, mi sembravano molto di più dei 1.700 annunciati, rappresentanti di mezzo mondo pronti ad affrontare una sfida non comune in un teatro naturale senza eguali. A pochi km dalla partenza ci siamo letteralmente bloccati in un “collo di bottiglia” dove la strada asfaltata lasciava il posto ad uno stretto sentiero, pazienza c’è ancora molto tempo. La fila indiana si allungava nel fitto del bosco salendo fino al Passo Tre Croci per poi ridiscendere a Federavecchia, ristoro e cancello orario. Era praticamente impossibile correre, non c’era lo spazio necessario ai sorpassi né in salita e tantomeno in discesa ed il buio della notte, pure se serena e costellata di stelle, non permetteva una visione globale nonostante i fasci luminosi dei frontalini.
Io ero già in forte crisi, mi faceva male il solito piede, le gambe erano pesanti, il fiato cortissimo, malessere generale, ed eravamo appena al 33° km dove sono arrivato con appena mezz’ora di anticipo sul cancello orario, troppo poco. Ero preoccupatissimo, c’era il rischio reale di peggiorare il ritmo, annullare il vantaggio al 2° cancello e costringere i giudici di gara a fermarmi al 3°.
Daniela mi ha sorpassato in salita con un ottimo passo, il suo tipico inarrestabile passo di salita staccandomi subito e, nel mentre lei mi incoraggiava, mi preoccupavo ancora di più. Ho fatto pensieri molto intimi, ho elaborato la notte come momento di riflessione ed il buio come buco di passaggio, poi ho cercato di pensare al nulla!
Alle prime luci dell’alba mi hanno sorpassato un gruppetto di atleti asiatici, parlavano una specie di cantilena ed uno mi indicava il Monte Cristallo acceso dall’alba con l’eloquente gesto di meraviglia. Mi sono fermato a fotografarlo mentre loro sparivano avanti. Superato il dosso siamo scesi sulle rive del Lago di Misurina, vista bellissima ormai era giorno, sereno e … freddo pungente. Io ero vestito molto, partenza sullo 0°C davano decise previsioni sotto 0°C sui passi e sulle selle di roccia nuda dove c’era da attendersi anche il vento. Ora la temperatura stava alzandosi ma io non mollo niente. Nello zainetto avevo di tutto, di più del materiale obbligatorio, oltre alle due boracce esterne anche due bottigliette da mezzo litro nella tasca interna, due litri di liquidi perchè i ristori erano lontani fra loro, avevo anche 8 barrette solide e 3 gel.
Alla base vita di Cima Banche avevo mandato un cambio di indumenti completo e la stessa quantità di alimenti che avevo nello zainetto. Paura della fame, si è rivelato tutto inutile … Avevo già bevuto molto ed ero in crisi di stomaco, mangiata una barretta già si presentavano conati di vomito. Oggi è una giornata NO mi dico, ma devono fermarmi loro perché io non mi fermo.
Dal Lago di Misurina su per la salita per il Rifugio Auronzo, ai piedi delle Tre Cime, la camminata sta sciogliendosi ed il piede fa meno male mi sembra che sto recuperando. Forse il sole splendente nell’aurea frizzantina mi stanno caricando di positività, la vista delle Tre Cime di Lavaredo mi porta consapevolezza di protagonismo, non lo so, ma so che non devo esagerare, ho quasi raggiunto gli asiatici quindi posso anche sedermi per sostituire i pesanti guanti che mi ero comprato all’expo con quelli leggeri che ho portato da casa e con l’occasione scattare un po’ di fotografie alle Cime ed ai concorrenti che stanno attraversando il nevaio. E’ inutile sforzare troppo, se deve andare va anche con un ritmo lento di recupero, se la forza rinvigorisce ho da sbizzarrirmi a sufficienza in seguito. Beata la mia propensione all’ottimismo!
Con un buon passo arrivo al Rifugio Auronzo dove il giudice di gara mi dice che ho un vantaggio di un’ora sul cancello orario, felicità pura, ormai il peggio è passato, ormai non mi ferma più nessuno, siamo appena al 48° km ma qui ho capito che il “giubbotto finisher” sarà mio. Sono consapevole che fra i ristori non toccherò cibo, le barrette rimarranno integre nello zainetto, in seguito ho consumato solo 3 gel, ma qua, ai ristori, danno il brodo caldo con la pastina dove io ci inzuppo tre/quattro pezzi di pane, me lo farò bastare, è ottimo e non mi dà nessun fastidio, neppure le gocce che mi colano dal naso e finiscono nel piatto formando occhietti che sembrano del grasso del dado non mi creano turbativa, qui, appunto, “tutto fa brodo”.
Rimpinguo le borracce e riparto, di corsa, sorpassando i curiosi turisti che ci guardano come alieni, arrivando, poi camminando, alla sella delle Tre Cime non potevo farmi mancare la classica foto monumentale, ne ho tante di queste ma questa occasione è speciale e i ragazzi del soccorso alpino non si sono sottratti al piacere.
E qui si scatena la mia personalissima apoteosi, inizia la discesa, prima dolce passando a valle del Rifugio Locatelli e poi a picco verso il Lago di Landro, mi sembra di volare, i concorrenti che sorpasso mi sembrano increduli, li riconosco quasi tutti, sono quelli che mi hanno visto in crisi precedentemente, una ragazza tenta di resistermi ma poi si sposta, salto da una sporgenza all’altra, mi piego perfino sui tornantini, corro corro a perdifiato, gli asiatici sono in difficoltà si tengono con le mani, hanno paura di scivolare allora salto da un lato e rimbalzo su un’altro, la coppia di ceki si tira di lato, il filippino si erge a monte per farmi spazio, i tre francesi mi occupano tutto il sentiero così salto sul ghiaione a monte e ridiscendo a valle dopo aver sorpassato anche l’irlandese, mi sembra di essere ragazzino, tutto il male è sparito, mi sento agile mi sembra di volare, continuo ed è un continuo, questo è divertimento puro, mi sembra di essere in apnea mi sento leggerissimo eppure i miei 77 kg impattano con violenza sulle pietre dolomitiche, è una discesa lunghissima e ripidissima ma il sentiero ha un fondo stabile e le scarpe sono un tutt’uno con i piedi, il piede destro è tornato perfetto come il sinistro, miracolo (forza dei miei pensieri intimi? forza del giorno che ha sconfitto la notte? forza della voglia e della convinzione e forse anche dell’incoscienza? non lo so, ma so che mi sto divertendo allora è forse forza della felicità!).
Non mi illudo, l’esperienza insegna, arriverò in fondo e una buona parte degli atleti che ho superato mi raggiungerà sulla prossima salita sorpassandomi e, senza proferir parola di me penseranno: eccolo qua il “goliardico” ma, se sono qua a scriverlo, vuol dire che il divertimento era immenso e me lo porterò dentro per sempre (almeno lo spero).
Dal Lago di Landro è iniziato l’avvicinamento alla base vita di Cima Banche, sulla strada sterrata in leggera salita che mi obbliga ad alternare corsetta a camminata, circa 6 km di noia sotto il sole, al ristoro mi comunicano che ho un vantaggio di un’ora e mezza sul cancello, non avevo dubbi, la LUT sarà mia, è ancora lunghissima, siamo appena a metà strada ma mi sembra di partire adesso, sono rigenerato. Mi stancherò molto, sarà ancora dura, molto dura, ma sono sicuro di saper gestire questo vantaggio ed il mio scopo è arrivare entro il tempo massimo concesso e per quello mi sento tranquillo. Mi cambio solamente i calzini perché pieni di aghi del bosco di notte, tolgo la bandana e guanti e indosso il cappellino a visiera, la leggera giacca a vento non la mollo perché fra poco saliremo di nuovo in quota e farà freddo. Il passaggio sotto la Croda Rossa è spettacolare e superata la sella si ridiscende a scavezzacollo al Rifugio Malga Ra Stua, me la godo, altro brodo con pastina, pane e gocciolamento natural/personale, oggi va così, mi sembra il miglior brodino del mondo.
Da ora in poi però non si scherza più, ci stiamo portando in Val Travenanzes dove ci aspetta la salita più dura e più lunga della gara, 20 km senza ristori su un sentiero inerpicato fra le gole ed i ghiaioni esposti delle Tofane, visione estatica, il torrente laggiù in fondovalle spumeggia l’acqua sulle cascatelle, le rapide infrangono i loro flutti sulle levigate rocce emergenti, ai lati strette spiaggette di ghiaia bianca e fine mi invogliano ad un prossimo pic-nic. Ma noi dobbiamo arrivare lassù in cima, dove la cima non si vede ancora, iniziano i sorpassi e risorpassi, arrivano pure gli asiatici, ce ne hanno messo del tempo. Questi ragazzi saranno pure un disastro in discesa ma in salita sono forti, tre ragazzi e due ragazze assieme, molto belli, visi lisci, fisici atletici, praticamente perfetti, due ragazzi sono più alti di me, l’altro ragazzo un po’ più basso, le ragazze più piccole con fisico da modelle, si muovono all’unisono, da che parte dell’Asia verranno? mi chiedo. Sbircio sul pettorale dove tutti abbiamo indicato la nazionalità e vedo che hanno la sigla HKG, che sia Hong Kong? mah, non so, il ragazzo alto si accorge della mia curiosità e mi sorride divertito, ricambio il sorriso che nel frattempo è diventato tirato e di difficile estrapolazione, siamo in piena salita ed il divertimento da ragazzino si è trasformato in fatica da trailer maturo, forse fin troppo maturo perchè a ben guardare le facce sono sicuramente tra i concorrenti più vecchi.

Ad oltre due terzi della salita abbiamo quasi raggiunto le sorgenti del torrente che scende ad anse larghe e poco profonde su un’ampia piana ghiaiosa, il sentiero taglia il torrente tre volte e si pone il problema di come attraversarlo, ci fermiamo tutti formando un curioso assembramento dove tutti vorrebbero consigliare tutti e ne nasce un marasma di lingue che io non ci capisco un accidente di niente, i tre austriaci ed i due svizzeri mi sono passati avanti da un bel po’ ed erano gli unici che potevo comprendere, possibile che sia il solo italiano in zona? No, no, eccone un’altro, ha appena buttato i bastoncini al di la del torrente e sta prendendo la rincorsa, daiiiiii, splasch in mezzo al torrente, beh, però che coraggio, ma quello era più incosciente e ottimista di me, vabbé almeno ora può permettersi di fare gli altri due guadi camminandoci dentro. Uno con un pottorale con sigla PHI ci prova saltando su sasso, mannòòòò non su quello!!! gli penso addosso … non vedi che è tondo?!!! Ecco, scivolato nel pieno del torrente ma tutto bene ride come un matto. Non posso mica star qua a far sera, io mi scelgo un sasso piatto, ci salto sopra, peccato che è un bel po’ sotto il filo dell’acqua e nel torrente ci finisco anch’io. La ragazza invece è la più pragmatica, tolte scarpe e calzini attraversa il freddo flusso rinfrescandosi le estremità … ma perché a noi ometti non ci vengono certe ideee??? Tralascio la descrizione degli altri due guadi ma assicuro che c’era da ridere, perfino il fotografo ufficiale si era appostato nei pressi per riprendere le argute scene.
Le ilarità sono durate poco ovviamente, eravamo tutti molto provati ed arrivare in cima era una prova di resistenza davvero molto molto impegnativa, tutti della mia porzione di fila, a turno, prima o poi, si fermavano o appoggiati ai bastoncini o seduti a rifiatare . Nel frattempo si avvicinava l’imbrunire e con il buio tornava il freddo, allora fuori di nuovo i guanti pesanti e la giacca 20000/20000 eccezionale contro vento, indispensabile perché il freddo si faceva pungente, così doppia bandana in testa sotto il frontalino acceso e si tornava a formare il serpentone di lucette. Stupendo, avanti una fila che saliva sulla sella del Pass Giau, dopo essere transitati per il Rifugio Col Gallina, girandomi di schiena vedevo simile fila che scendeva dal versante che avevo appena passato, uno spettacolo, nella notte, questa seconda notte, poco stellata con delle leggere nuvole che si muovevano piano e avvolgevano nelle tenebre le amiche stelle.
L’avvicinamento al Passo Giau si è rivelato problematico, non c’era sentiero, solo ammassi di sassi, rocce piccole e grandi addossate, il tracciato era indicato da fettucce catarifrangenti e da cilindretti fosforescenti, il fondo era pericoloso perché facile incastrarsi nelle fessure, così occorreva tenere bassa la testa per illuminare l’immediato vicino ed ogni tanto alzarla girandola per individuare i segnali luminosi, si procedeva camminando e la fila si diradava sempre di più. Mi si poneva un problema, il rischio di perdermi, con la testa abbassata mi sono già sfuggite alcune indicazioni ed ero solo, non posso fidarmi solo di me stesso, devo cercare compagnia.
Al ristoro del Giau avevo due ore di vantaggio sul cancello orario, ormai ero a posto ma non dovevo assolutamente perdermi per non vanificare tutto. Come faccio ad accompagnarmi qualcuno? vedo solo stranieri: GB – PHI – HKG – E – A – CH – AUS – CZ – SLO – CHI – PO … ecc. ecc. cacchio ma una ITA oltre al mio non ce n’è? Mi accorgo di un ragazzone vestito di rosso che si avvia deciso oltre il ristoro, concentratissimo non parla con nessuno, è solo (nel frattempo si erano formati diversi gruppetti), cerco stargli dietro allungando il passo e quando gli sono a ridosso mi arrischio: “scusa sei italiano?” – “Si lo sono” mi risponde, ed io di rimando: “Scusa ti secca se ti sto dietro attaccato? sai ho paura di perdermi, non ti disturberò e se vai più forte ti mollo” mi risponde senza girarsi: ” No no figurati, sono contento anch’io di un po’ di compagnia” Così mi sono tranquillizzato ed abbiamo iniziato a parlare scoprendo di quanti amici abbiamo in comune, di quante gare abbiamo corso senza incontrarci, del nostro ambiente di corsa su strada ed in natura che ci accumuna. Lui era più forte di me in salita e si accorgeva di quando io rallentavo ed anche lui rallentava, quando mi fermavo a bere anche lui si fermava a sorseggiare, sui pianori lasciavamo che ci sorpassassero ed anche sulla lunga discesa abbiamo deciso di prendercela con calma, non più discese a perdifiato ma camminate e lunghe chiacchierate, ogni tanto un’acceleratina tanto per ricordarci che era comunque una gara. Sull’ultimo tratto in discesa nel bosco fitto la pendenza del sentiero di terra argillosa è aumentata di tantissimo causando scivoloni in gran quantità, le mie scarpe, le fidate Cascadia che sentivo come un’estensione del mio corpo sui terreni asciutti e rocciosi qua mi mettevano in seria difficoltà per la suola ormai consumata sugli oltre 700 km corsi in fuoristrada, vediamo di non rovinare tutto ormai che siamo alla fine neh? Siamo rientrati nella turistica cittadina di Cortina d’Ampezzo alle 3 di domenica mattina, assieme, correndo l’ultimo tratto di asfalto e battendo il cinque agli intrepidi spettatori rimasti,io e Matteo Maggioni siamo arrivati assieme, andandoci a prendere il pregiatissimo gilet “FINISHER” che stava aspettandoci da venerdì sera alle 11.
Grazie Matteo per la bellissima compagnia che ha impreziosito la mia gara della quale vado, senza alcuna modestia, molto orgoglioso. Non so quanto sono arrivato in classifica, ma per quanto mi riguarda HO VINTO! Il real time recita 28h05′ di fatica, sudore, impegno, divertimento, di meravigliose emozioni. E’ stata un’esperienza fantastica in un mondo davvero unico, meraviglioso. In macchina mi aspettava Gabriele, l’amico Gabriele al quale dico grazie per avermi incoraggiato a correre questa avventura.
Questa volta ho davvero scritto tanto, ma la gara era davvero lunga 😉 Buone Corse a tutti







