TRAPANI-PALERMO 26-27/2/2005

Appena sveglio, dalla camera dell’albergo guardo sconsolato la pioggia che cade insistente ed il mare adirato. Alla partenza, data qualche minuto prima delle ore 12, non piove, ma il cielo è minaccioso e non lascia presagire nulla di buono. Non me ne faccio un problema ed indosso una tenuta primaverile: se pioverà sarò meno inzuppato d’acqua, se farà freddo sarò costretto a correre per tutta la distanza!

La fila si allunga sulla costa e ne disegna le insenature. Verso il 10° Km., si abbandona il mare e, tra pini secolari, palme, agrumeti e ville signorili, si sale a Valderice per raggiungere, al 25° Km., quota 250 m.l.m., la più alta dell’intero percorso. Mi assale la tentazione di osservare il mare dall’alto. Abbandono per un attimo la carovana e vado ad affacciarmi al belvedere: superbo si presenta il monte Cofano, un faraglione gigantesco strapiombante sul mare tra due spiagge sabbiose.

La strada s’inoltra all’interno, ed il Tirreno scompare alla vista. Si viaggia fra colline morbide coltivate a vite. Il traffico automobilistico è rado; il tragitto facilmente identificabile; i ristori ben presidiati, puntuali, abbondanti, e tali si manterranno fino all’arrivo; qualche goccia d’acqua non infastidisce più di tanto.

Il mare lo si rivide al 40° Km. Ricomparve in modo spettacoloso nella discesa verso Castellammare del Golfo con le sue case aggrappate attorno al porticciolo. E mi sembrò davvero la porta d’entrata della Sicilia felix, che non potetti ammirare perché diventò subito sera. Sarebbe stato molto meglio partire al mattino presto e poter, per un più lungo tratto, vedere, osservare, ammirare, criticare. Non nascondiamoci dietro un dito, noialtri maratoneti siamo una massa di curiosoni! Anche il compito degli organizzatori sarebbe stato più agevole.

Fino al 70° Km. è la SS 187 la via maestra, i cui dislivelli altimetrici non superano i 50 m.l.m.. E’ impossibile sbagliare percorso. Qualche pericolo lo presenta l’attraversamento di una galleria buia di 1 Km.. La vera difficoltà arriva dalla pioggia, che violenta m’investe fra il 60° ed il 67° Km.: mi sento in forma e galoppo gagliardamente sotto l’acqua. Qualche mese fa, il tassista che mi portava all’aeroporto mi aveva confidato: “Alla pioggia non siamo abituati, ne basta una di 10 minuti per non farci capire più niente!”. Pertanto, non mi sono meravigliato di non trovare il ristoro e la relativa segnalazione del 65° Km., evidentemente spazzati via dall’acquazzone! In compenso, una macchina al 67° Km. avvisa dell’inconveniente, distribuisce ciò di cui si ha bisogno ed infonde coraggio.

Al 70° Km., sostituisco la maglietta fradicia di acqua e riparto. La pioggia ha agito come una sferzata d’ energia sui miei arti inferiori, e raggiungo rapidamente l’80° Km.. Il grande orologio del campanile segna le ore 20:25. Prometto a me stesso di chiudere la partita, nella peggiore delle ipotesi, alle 10:59:59.

Me ne vado verso Carini per una via pianeggiante od in leggera discesa. Corro, corro, ma il Km. 85° non arriva mai. Mi auguro, addirittura, che non esista questo ristoro e si prosegua direttamente a quello del 90°. Cattivi pensieri mi assalgono allorché il cartello stradale indica Palermo a 32 Km.!

Dopo circa un’ora compare, ed è quello dell’85° Km.! Fu un colpo tremendo. Demotivato, ricominciai a correre senza grinta lungo una complanare parallela all’autostrada. Era buia, disseminata di immense pozzanghere che costringevano a rallentare l’andatura ed aveva un’aria sinistra. Corsi per una buona mezzora senza che comparisse il 90° Km.. Quella strada portava a Capaci, di tristi ricordi. Ma fu il segnale stradale che indicava Palermo a 20 Km. a darmi il colpo di grazia! E cominciai a camminare. Sono momenti, questi, in cui tutto va a farsi benedire: acido lattico, ADP, ATP, glicogeno, ciclo di Krebs, fibre muscolari. Conta solo l’adrenalina prodotta dalla determinazione, che era andata a farsi friggere!

Dopo non so quanto tempo, comparve il ristoro del 90° Km., e mi diressi verso il lungomare di Isola delle Femmine. E malafemmina fu! Si scatenò il diluvio universale. Anche il mare, sbattendo sugli scogli, mi percuoteva, mentre i piedi affondavano nelle dune, neoformatesi per l’azione del vento sulla sabbia della spiaggia che aveva invaso la strada. Ed anche il 95° Km. comparve non so dopo quanti chilometri.

Avevo freddo. Era stato un grave errore smettere di correre. Ricominciai a farlo, ma un dolore ai flessori dell’anca sinistra m’impedì di continuare. Mi trascinai zoppicante. Cominciai a tremare vistosamente come una canna. Le mani si agitavano come quelle di un parkinsoniano, ed i denti battevano con il rischio di fratturarsi. Ma la mente l’avevo lucidissima, e finchè rimaneva tale non correvo pericoli e non mi sarei ritirato: era o no una sfida estrema, come recitava l’artistico manifesto pubblicitario? Al massimo potevo buscarmi una broncopolmonite. Per cui, se non mi vedrete a Treviso, non vi sbaglierete a credermi a letto agonizzante; se mi vedrete, potrete concludere che gli ultramaratoneti sono in grado di produrre anticorpi che li rendono refrattari a quest’affezione.

E la conferma che la mente era vigile, è venuta dal fatto che sono riuscito ad indovinare la strada che portava al Palazzetto dello sport. E non era facile, perché il tratto finale era ben segnato sulle teoriche note tecniche dateci alla partenza, ma la realtà della strada è stata tutt’altra cosa. In queste gare, i problemi d’orientamento non mancano mai. Al Passatore, è il migliaio di partecipanti che ti precede ad indicarti la retta via. Fatevi raccontare da Monica Casiraghi il disastro di Davos!

Entrai nel Palasport zoppicante e tremolante come un soldato che torna a casa dopo una guerra perduta. L’orologio segnava 13:08:30. Avevo percorso gli ultimi venti chilometri in 4:43:30! Ma nella realtà saranno stati 25. Evidentemente, agli organizzatori è apparso più accattivante l’arrotondamento ad un numero perfetto, impedendo agli atleti di dosare adeguatamente le forze. Anche al Passatore sono più di cento. A Davos danno l’apparenza di essere precisissimi: 78,500 Km.. Non credeteci! Sono più di 80.

Dopo circa 15 ore giunse Massimo Faleo. Indossò velocemente la tuta ed annunciò che era diretto ad Enna per un’altra gara. Ci faremo raccontare da lui, e le parole non gli mancano, se la doppietta gli è riuscita o è incappato in un altro tilt!

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