Tutto si trasforma

A chi leggerà questa sbrodolata di parole scalpitanti, e naturalmente non fosse al corrente degli antefatti, informo che circa sei mesi or sono, vinsi il pettorale di NY ad una estrazione della mia squadra Atletica Franciacorta. Atletica Franciacorta mi vide per tanti anni attivo, si fa per dire, componente del consiglio; all’ultima votazione decisi di farmi da parte, per assistere ad un cambiamento che mai avrei pensato, sperato o ipotizzato fino a portare AF ad essere il club maggiormente numeroso in ambito Fidal Brescia nel 2019. Anche come organizzazione di eventi Atletica Franciacorta ha fatto passi da gigante: Ultrafranciacorta, la gara di 12 ore su circuito organizzata da AF, assegna per il terzo anno consecutivo il titolo di Campione Italiano 12 ore su strada; siamo, o meglio sono così bravi che la Fidal, attraverso la IUTA, per tre anni di fila ha rinnovato questo incarico
In tutti questi anni passati, mi sentivo di aver dato qualcosa di mio, di aver seminato batteri infettivi verso le ultramaratone, di aver portato idee, generalmente messe da parte che talvolta hanno germogliato al momento giusto. Ecco ho sentito la vincita del pettorale di NY come un pareggiare il conti. Ma non è stato un cambio alla pari perché nel frattempo sono invecchiato, quanto a velocità sono diventato un trattore, quanto a fiato una locomotiva a vapore e quanto affidabilità pari ad uno sgangherato macinino da caffè che nessuno usa più, ma credetemi, mi sono sempre divertito e tanta strada è passata sotto i piedi.
Preparazione nulla o quasi a causa di due gravi problemi fisici guadagnati dal 2 agosto in poi, programma di viaggio raffazzonato, stanchezza e dolori ancora nelle gambe dopo la maratona di Lubiana corsa la settimana precedente, hanno costituito il primi ingredienti a cui aggiungere un aereo che si spegne prima di partire, la partenza dal secondo scalo in ritardo di 3 ore, una fila di tre ore una vola sbarcati e un riacutizzarsi del dolore al piriforme che, parente dell’appendicite, non si capisce bene che cazzo ci serva a fare se non infiammarsi ….sul più bello ( per il maliziosi confermo proprio sul più bello!!).
Per fortuna NY ci abbraccia con persone che si offrono di aiutarti quando, cartina in mano, la fai girare anche una sola volta, con metro che ti portano dappertutto, anche dove non vuoi andare, con l’acqua in bottiglia che costa anche sei dollari. Arriva il giorno della maratona ed Enrico, da esperto viaggiatore oltre che valido maratoneta mi fa salire sul Ferry in posizione strategica per fotografare l’alba su Manhattan, poi mi guida al mio Village e poi al corral con tutte le raccomandazioni e consigli del caso.
Ho nella mia Bag indumenti per sfidare il polo nord, ma le tre tazze di the caldo offerte dall’organizzazione con ciambelle e generi vari, non hanno paragoni. Sono intimorito da tutto questo ma nello stesso tempo sereno, in fondo è solo una maratona; cerco ancora dentro di me la scintilla che cazzo non scocca nemmeno con la pietra focaia; ad onor del vero sarebbe un disastro giocare con le scintille visto che, nel corral Green, siamo su un pratone coperto di paglia per l’occasione.
Non incrocio nessun viso conosciuto ma noto una marea di volunteers che si prodigano per noi; forse qualche stimolo elettrico si sente li sotto, una spanna più in alto del pettorale. Sfilano i disabili che si apprestano a partire, un ex marine senza gambe, un triplegico che procede all’indietro, spingendo con un piede la sua carrozzina, un altro che senza gambe percorrerà le strade di New York su una specie di skate board spingendosi con le mani sull’asfalto, parecchi blind con accompagnatore e il Senatori con un numero elevato di partecipazioni; scintille forse ancora no ma quattro lacrime mi scappano; in fondo sono piuttosto claudicante e con l’occhio buono che non si decide a guarire ma come sempre mi sento fortunato di essere presente in quel momento, con questi pensieri, nella mia condizione, come la scuola zen insegna….
Finalmente arriva la partenza ed un mare di gente mi supera già da subito; forse ho sbagliato corral visto che tutti sembrano in formissima? Dopo 10 km o 6 miglia e qualche piede già sono stanco, il ritmo è troppo alto ma è impossibile non correre. Una marea di gente tifa da ricovero psichiatrico, ho troppa paura di cadere e quindi la mia attenzione è tutta per la strada ma ciò che ci circonda è in un’altra dimensione. Buona la scusa di scattare qualche foto per riprendere fiato e per fortuna anche il 13° miglio è archiviato. Poco prima di Queensboro Bridge la voce familiare di Elisa e Simona mi distraggono dai miei pensieri, piccola sosta con scambio quasi alla pari: un paio di guanti che non servono e lo smanicato sudato lercio in cambio di due sorrisi e un come va? Ecco due lacrimucce scappano ancora ma figa figa figa nel ripartire arriva il primo campo. Scendo dal ponte correndo come sugli specchi e per qualche tempo indeterminato i crampi spariscono. Altro gel, altro ristoro, ancora tifo ma sono in mezzo alla strada lunga e diritta e comincia il mio calvario. Sono senza energia, dolorante e con il crampi ogni tre per due e spesso con i marciapiedi per lo stretching occupati da una marea di persone euforiche; mi accorgo che il miglio da queste parti ha una lunghezza maggiore di milleseicento metri, gli undici minuti a miglio sono una chimera ma la media è di uno due crampi a miglio tutto compreso. Sorrido a chi mi incita durante le pause, riparto sempre con grinta ma il miei voli tipo quaglia raggiungono a malapena il quarto di miglio. Arriva anche il miglio 24 poi il km 40 e almeno adesso perdio si correrà fino alla fine. Per una volta comanda anche il cuore che dopo una sosta a “400 metri to go” per fotografarmi con la bandiera italiana, due lacrime tenute pronte, l’incontro con moglie e figlia, finalmente l’arrivo.
Una marea di gente si accalca ma tutto va secondo i piani di una organizzazione perfetta, nessun intoppo, ritiro medaglia con sorriso vero, pacco gara fornito, veloce ritiro del Bag e cambio indumenti. Mi guardo in giro e vedo gente che barcolla, qualcuno zoppica vistosamente, qualcuno si abbraccia, qualcuno è a bordo strada con lo sguardo perso o spento ed io che mi sento fuori dal tempo a chiedermi dove ho sbagliato canale nel sintonizzarmi.
Non barcollo, sono in pieno possesso delle mie facoltà, non ho crampi mentre mi cambio, non abbraccio nessuno, ripongo la medaglia in un posto asciutto per evitare che si ossidi, non la bacio, non la mordo e mi avvio verso l’uscita sempre con il dubbio amletico che pervade queste righe. Forse non mi sono messo a nudo, forse non mi sono abbandonato, forse sono un vecchio brontolone capace solo di piangersi addosso, forse non mi sono impegnato allo stremo o forse mi aspettavo troppo e sono rimasto deluso. 
A corollario di questo stato d’animo, posso dire che durante il volo ho letto parte di un libro dal titolo ” La strada giusta ” , già dal titolo è un programma; chiamo inoltre in causa Enrico con il suo karma e la teoria forse buddhista discussa durante la traversata in ferry. New York quest’anno doveva dai miei programmi coincidere con la mia duecentesima maratona, doveva essere la festa nella festa, doveva essere il fiore all’occhiello della mia carriera, doveva essere……. 
Ancora non ho capito che il “deve” non dipende da me, che non ho potere se non su me stesso, che New York è grande a prescindere, che ogni piano di battaglia va in fumo al primo colpo di cannone, che al mare gliene frega una sega se non so nuotare, che l’alba arriva proprio dopo la parte più buia della notte e che niente succede per caso. Insomma è inutile cercare di fuori qualcosa che non ci può essere perché tutto parte da me, tutto è dentro di me.
Pensavo con la mia allergia a New York di aver creato un mostro, ma non è vero perché già ho detto che nulla si crea; la maratona ti distrugge e posso confermarlo, e naturalmente il tempo mi ha trasformato in questo agglomerato umano sempre troppo polemico e prosaico.
Tranquilli che la festa per le duecento maratone è solo rimandata ma sarà con i miei amici; festeggiare con gli amici di sempre, compagni di strada, di sudore, di fatica è molto meglio che festeggiare da solo in mezzo a settantamila sconosciuti.
Grazie New York mi hai dato una bella lezione. Enrico adesso sono arrivare anche le lacrime; queste sono salate, come quelle vere: era tanto tempo che attendevano di essere consumate.

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