Ovviamente le mie peregrinazioni estive mi hanno portato in un ambiente
quanto mai lontano dal Gran Sasso. Questo week-end, infatti, sono al mare in
Liguria dove affondano le mie radici per ramo materno. Per quanto il mio
giro di corsa non preveda quasi un metro di pianura, l’ambiente e
soprattutto il clima, sono quanto mai lontani da quello montano.
Così devo lavorare di fantasia per immergermi in questa Maratona della
Speranza, cosa per altro non difficile quando si parla del Gran Sasso.
Sin dalle elementari questa montagna, in realtà un massiccio, è stata
ammantata da un’aura di mito: come milioni di bambini italiani ho imparato
che, con i suoi “quasi” 3.000 metri è la vetta più alta degli Appennini e
l’unica, al di fuori delle Alpi, a ospitare (ancora per quanto?) un
ghiacciaio, il ghiacciaio del Calderone. Venendo da una epoca
pre-tecnologica queste poche nozioni bastavano e avanzavano per fare
galoppare la fantasia nei modi più sfrenati immaginando un piccolo Monte
Bianco nel cuore dell’Italia centrale.
Un fascino e una curiosità rimasti invariati nel tempo e che sono stati
finalmente appagati sul finire dell’estate del 1995. I discorsi di vendere
la casa di famiglia che avevamo nelle Marche a Cupra Marittima erano sempre
più frequenti e concreti: la lontananza e le difficoltà a gestirla
diventavano ostacoli ogni anno più grandi per mia madre. Per cui mi convinsi
che quello era l’anno del classico “Ora o mai più” e decisi che sarei andato
in cima al Gran Sasso. Il difficile fu convincere mia madre e mia sorella
che non volevano assolutamente che io andassi da solo per i monti (come se
non l’avessi mai fatto!). Tanto che, alla fine, di fronte alle mie
rassicurazioni che “era una camminata facilissima”, mia madre concluse con
una logica stringente: “Se è facilissima, allora veniamo anche noi!”.
Fu così che, una mattina di tardo agosto, partimmo sul far dell’alba per
essere in poco più di due ore a Campo Imperatore all’attacco del sentiero
della via Normale per il Corno Grande. Per quanto mi fossi addirittura
premunito di una succinta descrizione della via tirata giù da internet, non
avemmo alcuna difficoltà a seguire la via. La ricordo ancora come una
piacevole escursione non particolarmente difficile con lunghi tratti a mezza
costa alternati a qualche strappo qua e là e, alla fine, la lunga rampa del
ghiaione che porta alla cresta finale: leggermente impegnativo per la
ricerca dei bolli e del tracciato tra un masso e l’altro, ma assai
divertente.
Ma soprattutto ricordo i grandiosi panorami verso il rifugio Garibaldi e il
Corno Piccolo (su cui si cimentavano alcune cordate, con mi a grande
invidia), l’emozione, arrivati sulla cresta ovest, di affacciarsi finalmente
sul famoso ghiacciaio del Calderone e, infine, lo spettacolo della vetta
(2.912 metri) dove lo sguardo spaziava indisturbato in campo aperto. Peccato
per un po’ di foschia da caldo, ma sapere di essere sul punto più elevato
per centinaia di chilometri (a nord fino alle Alpi e a sud fino all’Etna) fu
una sensazione indescrivibile. Ogni salita (come ogni gara, del resto) ha le
sue emozioni e il suo bagaglio di sensazioni indelebili, ma quelle provate
sulla cima del Gran Sasso rimangono tra le più intense e forti.
Viceversa, non so se mia madre serbi qualche ricordo di quella gita,
soprattutto oggi che, alla soglia degli 80 anni, la memoria inizia a
giocarle qualche scherzo … Nel caso, però, immagino che rievochi sensazioni
meno gradevoli delle mie, visto che per lei non fu altrettanto memorabile.
Fedele alla vocazione marinara della sua famiglia (è di Genova) appena il
sentiero iniziò a inclinarsi sotto i suoi piedi prese coscienza di trovarsi
in territorio “nemico” e cominciò a muoversi con passo che potrei definire…
guardingo. Alla fine, dopo oltre tre ore e mezza di faticoso (per lei)
cammino, riuscii a convincerla ad alzare bandiera bianca e a fermarsi ai
piedi del ripido ghiaione finale. Trovato un luogo confortevole per la sosta
le lasciai tutto il necessario e, presa una borraccia e la macchina
fotografica, affrontai gli ultimi 45 minuti di ascesa con mia sorella (che,
forte dei suoi trascorsi scoutistici, giunse con me fino in vetta).
Poi scendemmo a rotta di collo per raggiungerla e trascorremmo un paio di
ore in relax, ma il difficile doveva ancora venire. Quando alla fine della
giornata decidemmo di tornare alla macchina e iniziammo la discesa, mia
madre si ritrovò bloccata sul tratto di sentiero a roccette leggermente
sassoso che scende dalla sella del Brecciaio. Forse fu la stanchezza o forse
chissà… sentendo il terreno non proprio sicuro sotto i piedi, prima iniziò a
muoversi con incertezza, poi con paura, quindi giunse il panico.
Ricordo che le davo la mano e a un certo punto si fermò e si mise a
gattonare all’indietro in preda al terrore e incapace a procedere rivolta
verso valle. Lei le chiamava vertigini (ma non ne ha mai sofferto né prima
né dopo) e per risolvere la situazione che stava facendosi problematica,
dovetti prenderla sottobraccio portandola giù quasi di peso fino a quando il
sentiero tornò a procedere in piano su ampi pratoni. Qui, sentendosi su
terreno più sicuro gli attacchi di panico cessarono così come erano arrivati
e pian pianino arrivammo a Campo Imperatore.
Fu una sorta di avventura nell’avventura e chissà se avrà rimpianto più la
sua temerarietà nel dire “allora vengo anche io” o la faciloneria di suo
figlio che le aveva dipinto la gita come “facile”. Di sicuro non ha più
rimesso piede in un ambiente “montano”, limitandosi ad ammirarlo in
fotografia.
Il resto è storia… si fa per dire… Di lì a 10 mesi mi sposai, le mie vacanze
cambiarono modalità organizzativa e dopo un paio di anni vendemmo la casa
nelle Marche. La sensazione da “ora o mai più” era stata quanto mai corretta
e quell’estate colsi l’attimo giusto, l’ultimo treno per il Gran Sasso.




