Provaglio d’Iseo, 9 aprile 2022
Dalla sua isola incantata, dove risplende il sole e la brezza mite culla dolcemente gli spiriti dell’aria, il mago Prospero osserva la tempesta da lui stesso creata, sua figlia Miranda piange la morte dei passeggeri, mentre questi ultimi lottano disperatamente contro i flutti che stanno dilaniando il loro vascello, simbolo delle loro certezze e della loro vita sin qui.
Intanto a Provaglio d’Iseo il mattino è freddo e terso, la luna splende al primo quarto contornata da placide stelle rilucenti nel blu profondo del cielo prima dell’alba. La corsa parte con il sole, c’è tanta luce a illuminare le infinite curve e salitelle del percorso e, verso la metà del giorno, quando la gara delle 6 ore sta già volgendo al termine, fa veramente caldo. Nulla lascia presagire l’arrivo della Tempesta, che si abbatte nel primo pomeriggio su podisti, pubblico e organizzatori, che, incolpevoli, vedono volare via sedie, gazebi, indumenti, financo uno dei due gonfiabili ancorati a pesanti blocchi di cemento.
Le onde del lago, poco lontano ma invisibile da qui, percuotono i moli e le piccole imbarcazioni, gettando nel panico gli occupanti, proprio come il Duca di Milano, il Re di Napoli e suo figlio, che incautamente si erano diretti col loro vascello verso l’isola di Prospero.
Ma subito un battaglione di magliette arancioni Franciacorta DOC sciama su tutti i punti del percorso per metterlo in sicurezza, sgombrandolo e bloccando al suolo quanto possa costituire un pericolo e tutto è presto sotto controllo.
Noi della corsa il vento ce l’abbiamo contro nel tratto in salita, forte e freddo quando le nuvole scure coprono il sole.
I naufraghi della nave ormai affondata, per un incantesimo di Prospero, raggiungono la riva in punti diversi dell’isola, ognuno pensando di essere l’unico sopravvissuto, affranti per l’orribile fine dei propri compagni.
Ma Prospero non ha voluto la morte dei suoi nemici, di coloro che gli hanno usurpato il trono, ne vuole solo stimolare il cambiamento, anche se il perfido Caliban, figlio di strega, sta in agguato per intercettare i naufraghi, cercando di vellicare in ognuno i propri istinti più perversi, lui, che ha persino insidiato la purezza di Miranda. Ciascuno, aggirandosi sperduto per l’isola, incontrerà Caliban, la parte di sé che tenta di sopprimere perché è la più vera, la più vicina a ciò che siamo appena sotto la patina edulcorata della convivenza sociale.
Mentre corro nel vento, penso che questo lo so bene, quante volte ho letto e visto La Tempesta a teatro, so che è un messaggio forte per proseguire lungo il mio percorso, apparentemente già tracciato, in realtà da reindirizzare a ogni passo. Vedo la mia pelle sugli avambracci nudi che, quasi d’improvviso, da un mese all’altro, è diventata vizza, ciondolante, non aderisce più alla muscolatura, e anche il viso è cadente intorno alla bocca e sul collo, come un bargiglio di gallina. Nelle corse lunghe il tuo Caliban viene sempre a galla, lo guardi in faccia inorridita di vedere il tuo riflesso in uno specchio, e lui ride di te e dei tuoi pietosi sforzi di sopprimerlo.



I naufraghi intanto, ciascuno in solitudine, ciascuno a modo suo, s’imbattono nelle personificazioni delle forze che l’isola sprigiona, e c’è chi incontrerà la cupidigia, chi la smania di potere, chi la brama di sangue e chi, addirittura, l’amore.
Già, l’amore. Ferdinando incontrerà Miranda, che, esiliata sull’isola a soli tre anni di età con il padre Prospero, un uomo non l’ha proprio mai visto in vita sua. Davvero, non sa nemmeno cosa sia, tanto meno come funzioni. E del primo uomo che i suoi occhi virginei vedono, lei s’innamora. Così lui, Ferdinando, che, al contrario, in vita sua avrà avuto tutt’altre storie, bello com’è.
Continuo a correre, a volte a trascinarmi contro vento, il mio Caliban (l’età? l’indolenza? la gola?) si manifesta con un attacco di crampi che mi costringe a una lunga sosta per massaggiarmi le gambe con una crema fredda, e blocca ogni mia residua velleità di riuscire a raggiungere la prima della mia categoria, che ha anche lei il vento contro, ma ciò nonostante oggi riuscirà a fare il suo personale sulle 12 ore.
Poi la Tempesta si placa, siamo all’epilogo per tutti. Per Silvana, caduta nei primi giri e costretta a camminare fino alla fine con il dolore alla spalla e un braccio al collo. Per Ilaria e Sara, la cui entusiasmante lotta a distanza mi ha affascinata e anche inorgoglita per la forza di queste due donne, il loro stile e la bellezza nella corsa. Per i ragazzi e le ragazze dell’Atletica Franciacorta, che hanno sfoderato l’ennesimo esempio di capacità organizzativa, accoglienza ed empatia nei nostri confronti.
Sull’isola tutti si ritrovano: il padre riabbraccia il figlio, Prospero ritrova il fratello che l’aveva tradito, Miranda l’uomo che ama, ovvero l’unico che conosce, e la nave, che è magicamente intatta alla fonda, riprende la sua rotta con un carico di persone che non sono più quelle che furono prima della Tempesta. Anche Prospero può seppellire i suoi libri di magia, dare la libertà ad Ariel, che aveva costretto ai suoi ordini imprigionandolo in un albero, e far calare il sipario sulla sua vita di scrittore, in questa che sarà l’ultima opera di Shakespeare.
Penserete forse che Caliban sia rimasto ad aggirarsi solitario per le vie di Provaglio, una volta smontato l’ultimo gazebo e rimossa l’ultima traccia che indicasse che lì, per tutta la giornata, si era corsa un’ultramaratona, ma per me non è andata così.
Io il mio Caliban l’ho preso a braccetto e lo porterò con me fino all’ultimo traguardo. Al suo fianco volerà leggero Ariel, lo spirito della creatività liberato da Prospero, che mi ha aiutato a scrivere questa nota.


