ULTRAMARATONA DEGLI ETRUSCHI – TARQUINIA (VT)

Si poteva mancare ad una “prima” di tal fatta? Per modestia è stata chiamata edizione “0”, ma dietro c’era tutta la competenza dell’Italia Marathon Club e l’incoraggiamento della I.U.T.A. Coloro i quali non vi hanno partecipato perché, timidi nel superare le difficoltà che frequentemente affliggono “la prima volta”, aspettano le “repliche” per usufruire di una gara scevra da difetti per aver fatto altri da cavia, sono incorsi in un grave errore di valutazione, per come sono andate le cose.

Al via, i circa 150 ultramaratoneti penetrano in Tuscania infilandosi nella Porta Montascide e, dopo un breve giro turistico in cui il cuore raddoppia i palpiti un po’ per le bellezze della pittoresca città ed un po’ per la durezza del percorso, vi fuoriescono da Porta di Poggio.

Il muscolo cardiaco ritorna a normale regime, ora che si corre lungo la Provinciale, che sinuosamente s’immerge nei campi coltivati per lo più a cereali e delimitati da arbusti. La temperatura è fresca, e nel cielo il sole splende sul pianoro tufaceo, delimitato da profondi burroni, sul quale è adagiata Tuscania, circondata da mura merlate e raccordate da torri di varia forma.

Afflitto da una sindrome similinfluenzale, il mio obiettivo è di fermarmi al traguardo intermedio del 55° Km. E’ il mio tallone di Achille: sistematicamente, ad ogni cambiamento di stagione, mi colpisce fin dalla nascita. L’ho scampata solo nel 2002, quando ho sopportato strapazzi di ogni genere, pioggia, vento, freddo, neve e fame. Ma posso essere condannato a correre ogni anno cento maratone per evitarla?

Lungo il percorso, lievemente collinare, i muscoli si sciolgono, e le prime vie respiratorie si aprono sotto i raggi balsamici del sole. Per trenta chilometri non c’è stato il bisogno di aprire un solo pacchetto di fazzoletti, della mezza dozzina con i quali mi ero equipaggiato. Quando si giunse al cospetto di Tarquinia, al raffreddore non ci pensai più, distolto da altri pensieri. Ci avvicinammo fin quasi a toccarla, poi ci allontanammo descrivendole intorno un semicerchio di 11 Km., come in una ripresa panoramica cinematografica. Posta su un ripiano, la città aveva lo sguardo rivolto verso il mare, dal quale s’era levato il sole, che, già alto, la baciava e ne illuminava le 18 torri.

Conclusasi al 41° km. la ripresa a distanza della città, iniziarono i quattro giri di un circuito di circa 15 Km. Giunto al 55° Km., non mi ricordai dell’obiettivo propostomi alla partenza, e tirai avanti. Come potevo rinunciare allo spettacolo delle fiaccole che avrebbero illuminato il mio cammino? Forse il caldo chiarore del fuoco avrebbe richiamato dai sepolcri gli spiriti etruschi, che, spaventati dalle luci elettriche, se ne stavano rinchiusi nelle tombe! Mi preparai all’incontro rimuginando nella mente qualche frase magica d’incoraggiamento da rivolgere loro. Ma per quanto mi sforzassi, non seppi trovare di meglio che: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”.

Quando il sole tinse di rosso le nubi ed inviò gli ultimi bagliori alle torri, e le fiaccole vennero accese, avevo percorso 80 Km. Poco dopo, il buio diventò fitto. La serata era placida e silenziosa, appena rischiarata dalla flebile luce. Nell’oscurità intravidi un’ombra scheletrica che trotterellava. Non ebbi dubbi che fosse un fantasma, ma, dal tipo di copricapo, mi sembrò essere un egizio, non un etrusco. Qualcuno non aveva ipotizzato essere gli Etruschi originari di quei luoghi? Mi avvicinai desideroso di conoscere le sue sembianze ed i suoi misteri: mi trovai di fronte al volto arcinoto di un foggiano che faceva arcinoti discorsi: “Completo questa gara in 14 ore, e domani vado a Livorno per un test sulla maratona!”.

Persa la speranza d’imbattermi in qualche anima dell’aldilà, non pensai ad altro che a finire la gara il più presto possibile. Avevo i quadricipiti accorciati e fortemente dolenti, ed appunto per questo corsi ancor di più: prima giungevo al traguardo, prima sarebbero terminate le sofferenze! Al 98° Km. ero stanchissimo, ed avevo deciso di camminare per poi, riposato, correre gli ultimi metri tra gli applausi del pubblico. Un motociclista mi si accostò per precedermi fino al traguardo, ed io, per non fare la brutta figura di camminare, fui costretto a farmi di corsa la dura salita che portava all’arrivo: 1° di categoria, perché ero l’unico (o quasi) dei sessantenni, ma con un non malissimo 11:10:52.

Pigramente seduto al bar, con un occhio ammiravo lo stile gotico-rinascimentale del superbo Palazzo Vitelleschi, ove è custodito l’altorilievo dei due cavalli alati, con l’altro attendevo l’arrivo di Angela. Che giunse dopo 12:23:37, e sotto lo striscione si esibì in una danza di ringraziamento in onore degli spiriti etruschi che l’avevano spinta a realizzare la sua migliore prestazione sulla distanza.

Le premiazioni si tennero sotto le capriate della vasta Sala Consiliare, che ben testimoniava la ricchezza dei palazzi storici della città. Furono puntuali e velocissime, nonostante i numerosi oratori e l’alto numero dei riconoscimenti (la IUTA premiò quasi tutti), e ben coordinate da Ludovico: dotato di un timbro di voce caldo e deciso, il migliore fra quanti commentano le nostre gare, fino all’alba non s’era stancato di celebrare la fatica di tutti – dal vincente arrivo in coppia di Calcaterra-D’Innocenti, degno di Eurialo e Niso, all’ultimo arrivato, il 78enne Ermes Marchesi, il più bravo di tutti noi – ben inserendola nel contesto storico-artistico di un territorio in cui ebbero i primi vagiti i 3.000 anni di storia della civiltà italiana.

Molti i meriti che vanno riconosciuti agli organizzatori, ad alcuni dei quali s’è già accennato. Il più grande di tutti è quello d’essere riusciti, primi in Italia, a realizzare la chiusura totale del traffico, che, immagino, abbia richiesto uno sforzo immane. Bisogna, inoltre, ringraziarli per averci fatto dormire di notte nel nostro letto: la partenza del mattino permette l’arrivo della gran parte dei concorrenti prima della mezzanotte. La notte è fatta per dormire, non per correre! Pochi gli appunti: qualche cibo salato in più sarebbe stato molto gradito; un tratto del circuito aveva il manto stradale sconnesso, ed andrebbe rifatto se si vogliono farvi disputare gare internazionali.

Ciò che le manca per poter diventare una gara veramente mitica, è il non essere totalmente in linea. Partire da un sito ed arrivare in un altro, od anche ritornare nello stesso luogo dopo aver girovagato per 100 Km., dà quel senso di compiutezza, di vera conquista, di appagamento che nessun circuito, affascinante che sia, riesce ad infondere.

Per ultimo, mi si consenta una constatazione tutta personale. Saranno state le emozioni, la soddisfazione d’averla conclusa, le endorfine, il sole caldo, i fantasmi etruschi, la fatica, fatto sta che, a fine gara, non avevo più un solo sintomo della sindrome influenzale: e c’è chi si ostina a giustificare ogni fenomeno soltanto in termini chimico-fisici!

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