di Vito Carignani
RAPONE, 4 settembre 2022



In groppa ad una splendida spirale a nord della valle del Vulture, in Basilicata. Equidistante da Potenza ed Avellino. Circa 900 anime ad oltre 800 metri slm. Fitta flora tagliata da sinuoso percorso stradale; acero, quercia, castagno, variegate specie di funghi con predominio dei succulenti cardoncelli. Immagino ancora cotti a “pignatu” alla lenta fiamma di antichi focolari.
Boschi, incavi, selenici raggi a riflettere orribili, fantastiche visioni di lupi mannari vaganti, istrionici gnomi, retaggio di mitiche nereidi, orchestrali satiri diretti dal dio Pan.
Reperti a dimostrare remote origini del borgo, nome forse dato da tal virgiliano Rapo, oppure da riflessi vegetali di agricoltura primordiale: rappa, rapa.
Gente buona, fedele custode di uno stile di vita, modo d’essere dei padri, cui ne conserva i valori. Integra simbiosi di umani, ambiente, mondo animale. Giunto da Lecce, di buon’ora, noto un vecchio cane sull’uscio di casa, quasi a proteggerla simil all’ omerico Argo. Alle 16 e 48 minuti, mio fine gara, sempre sull’ uscio, in apparenza appisolato.
Ciò che oggi è considerato folclore di tradizione popolare del vivere quotidiano, è realtà perdurante. Non identificativa di un luogo, comune a popoli lontani, diversi. Per secoli, contadini a lavoro 16, 17 ore a Rapone, così come nei campi di Lequile, dell’intero Salento. Abbondante unico pasto in prima serata, a dormire sino al nuovo giorno, che iniziava all’ alba. Sonno disturbato da oniriche visioni: a Mano Longa, Masciare, Scazzamaurieddhi, Lupi Mannari. Li abbiamo ammirati, raffigurati, artisticamente, lungo i 3.125 metri del percorso. Famiglia allargata degli: Uru, Scarcagnulu, Scazzamarieddhru, Sciacuddhruzzu, Laurieddhu salentini.
Anche a Rapone, San Vito Martire protettore, grande festività il 15 giugno. Santo simbolo di unità tra popoli, nazioni. In Italia, devotamente, conosciuto dalla natia sicula Mazara a San Vito al Tagliamento, martirizzato durante le persecuzioni di Diocleziano.
Prima della partenza, un leggero tocco alle spalle: Vito Piero Ancora. Tra abbraccio represso, trattenuta emozione, dico: “Piero, felice di ritrovarti”, Lui “piano, piano”. E’ veramente bello rivedere un amico in buona salute.
Come in famiglia, con gli amici del Club Supermarathon, che hanno corso i 43 e 50 km. Ai soci del Club non venuti, lo affermo in piena serenità, razionalità mentale, ben hanno fatto. Meglio smaltire le recenti fatiche del Lago d’ Orta e d’ intorni, che affrontare un impervio viaggio sino all’ estremo sud, imbarcarsi in 16 giri di 3.125 metri in remoto, sperduto paese lucano.
Ammirato il maestro Alberico Di Cecco nel, ripetutamente, superarmi con andatura da levriero. Gli auguro poter continuare, a lungo, ad essere da esempio.
Contento rivedere don Fazio Giuseppe, parroco di Curinga, tosto ultra maratoneta, brillante interprete dei 50 km, gara veramente dura, per resistenza, in quegli interminabili 16 giri. Poi…….. devo mantenere adeguati riguardi con l’amico fraterno parroco, abbiamo stipulato un riservato accordo extra terreno.
Felice per il ritorno di Martino Domenico dopo il serio infortunio. Coinvolgente la sua continua solarità in gara.
Rivisto anche Santovito Giovanni, già collega nel Banco di Napoli in gioventù.
Tre soli salentini; alla 50 km Morrone Andrea della Mandria di Calimera, ha chiuso quarto assoluto in 4:40:22, media 5,36 al km- a 31:24 minuti dal primo classificato Termite Massimo. Palamà Maurizio del Club Correre Galatina ed io, abbiamo degnamente fatto i 43 km in tale spettacolare e difficile giornata raponese di autentico sport, nel pieno significato del senso della vita.
E’ bello esserci, arrivederci.


