Giornata splendida, notte stellata in macchina per raggiungere dopo otto ore l’agognata meta. Al primo chilometro già non si scorge più nessuno ma si sapeva, sarà l’eleogio della lentezza la Lenticchia. Dopo il quinto sale di brutto, ma brutto, brutto, brutto. Impossibile però fermarsi un attacco di bestie, tafani, vespe e altre creature pungenti ci pizzicano dappertutto come gli ignavi nell’Inferno di Dante che vengono punti a sangue da mosconi e vespe, seguono come zombie un’insegna che si muove nel girone come trapasso perchè non seguirono alcun ideale in vita. “Questo misero modo tengon l’anime triste di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo ora seguono un’insegna qualsiasi”.
Ormai i tafani fanno da Pacer. Siamo sconfortati. Andrea ricorda un viaggio avventura “peso” in amazzonia racconta: “ Tre ore di battello oltre Manaus. Abbiamo risalito il rio Negro e un affluente del rio per tre ore e in mezzo alla giungla. Tante bestie ma nessuna pungeva così”. La salita è dura per noi pesi massimi mezz’ora al chilometro. Incontriamo il primo gregge circa 500 pecore e un po’ d’acqua. Io mi fermo lui prosegue come se quell’incontro l’abbia riconciliato con il mondo e fosse uscito dalla giungla. Il pastore si chiama Radu è ha quattro bellissimi cani è rumeno e lascia che il giorno trascorra lento come lento sono io che faccio la “Lenticchia”. Mi racconta della bella stagione che sta per arrivare e mi fa delle strane previsioni del tempo leggendo le nuvole e interrogandole. Siamo quasi in cima alla montagna sopra Campi.
Con inesorabile lentezza seguo le balise che mi accorgo sono diventate l’unica presenza umana. Apprezzo lo sforzo degli organizzatori che hanno messo perfino i cartelli chilometrici ogni chilometro. Arrivo in cima alla montagna e la vista spazia attorno a 360 gradi tra verdi pascoli e prati infiniti. L’ultimo cartello segna 14 km poi il nulla. Mi sono perso!! Giro parecchio attorno e i sentieri si mischiano e le strade sono due una sale e l’altra scende. Un vecchio detto dice di che è meglio sbagliare in salita ed è anche una filosofia di vita. E così mi avvio su una meravigliosa invitante strada bianca che fa da spartiacque, non so che paesi o che valli ci siano lì sotto ma sembra di essere davvero molto in alto e di volare. Mentre felice trasogno il paesaggio mi imbatto nel cartello del 28 esimo chilometro. Tra sogno e realtà qualcuno mi ha dimezzato lo sforzo 14 fatti 14 regalati uguali 28. Bella mossa. Indietro non ci torno troppo bello lì sopra e poi se va avanti così a conti fatti tra un chilometro al prossimo cartello siamo a 42. Un po’ di ansia quando si sbaglia che viene per perdita di tacca e palpitazioni per scrupoli vari. Scoprirò poi che una banda di raider in MTB avevano spostato la segnalazioni mandando in palla quasi tutti. Peccato perché il resto è che ho visto era segnato davvero bene.
Ormai senza tacche e speranze mi domando che fine abbia fatto il mio compagno di avventura. In quegli immensi panorami che mi si stagliano davanti non c’è anima viva. Poco più avanti scorgo un altro armento di candide pecore schierate contro l’orizzonte. Indimenticabile immagine, nubi luci e velli immacolati. La mia memoria ritorna a macchia di leopardo a Leopardi nel “canto di un pastore errante dell’asia” apro il testo et:
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.
Invidio un po’ il pastore che giace tra l’erba e guarda passare le nubi è un altro rumeno si chiama Victor più simpatico dell’altro il “metereologo”. Ha una parlantina sincopata in cui confonde il maschile e il femminile. Mi parla a lungo de “la lupo” che è “nella macchio” esce con “la buio”. In effetti mi fa vedere dei boschi in lontananza dove sa con sicurezza che ci vivono due famiglie di lupi. La sera deve portare tutte le pecore in una masserizia a valle e rinchiuderle, ma di giorno i lupi sono tranquilli. Mi fa vedere dei caprioli di un marrone acceso e dice che quelli devono stare attenti. Racconta che il pericolo d’estate è il temporale che occorre sentirlo nell’aria e tenere le greggi unite quando scendono i fulmini. Annusa l’aria e dice che non pioverà. Bei racconti bei posti son seduto nell’erba e mi porge una bottiglia d’acqua che dice che è di una fonte che solo lui conosce. Ma poi me ne vado come dice il poeta di Recanati :
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente; ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
Riprendo il mio cammino solitario salutando Victor quando dopo una mezzora sento un grido di un matto. Chi mai poteva essere in cima a quella montagna, qualcuno che voleva provare la valle dell’eco. Il matto grida ancora si capisce qualcosa: “Presi….dente…ent…e”, “Presi….dente…ent…e” chi poteva essere se non il più matto di tutti: l’arrotino al secolo Sergino Tempera il fotografo di Correre in missione speciale. A bordo di una minuscola Jeep si avvicina inseguendomi. Un po’ mi dispiace di aver perso la mia solitudine e il contato con quegli spazi infiniti. Quando arriva l’arrotino la pace è finita. Guida la Jeep Aurelio un personaggio dall’immensa umanità che come poi scoprirò è la caratteristica della maggior parte degli abitanti di Campi. Ha un enorme ciuffettone bianco e grande comunicativa, mi prende a bordo per trarmi in salvo. Ad un certo punto si ferma e mi dice di seguirlo, l’arrotino balzellando ci segue. Sussurrando mi indica: “vedi dove l’erba è più verde quasi nera vieni con me a vedere!”. Lo seguo titubante come se dovessi affrontare qualche vipera o un drago di montagna, ma ecco invece nel verde scuro della vegetazione spuntare dei meravigliosi funghi bianchi gli ovuli. Ne è ghiottissimo e ne fa incetta.
Nella discesa verso Campi con la Jeep incontriamo un gruppo di 5 maratoneti tra cui riconosco il grande Antonio Nicassio e Filonzi con cagnolino Pepito anche loro dispersi tra le montagne, mal comune mezzo gaudio. E così comodamente seduto in macchina concludo la Maratona della Lenticchia con un succulente Pasta Party alla Pro Loco dove incontro tutta la famiglia di Aurelio impegnati in cucina e ai tavoli. Pensate che la moglie ha cucinato per tutta la comunità per nove mesi interrottamente dopo che le scosse telluriche li tenevano fuori dalle case. Bella gente simpatica e forte che nessun terremoto spezzerà e che non dimenticherò mai.
















