o festeggiare la meritata pensione con relativo ritorno a casa del mitico e irraggiungibile Piero Ancora, il numero 1 tra i supermaratoneti italiani (… se anche partissi domani a correre una maratona al giorno mi ci vorrebbero più di 3 anni e mezzo per provare ad avvicinarlo). Da imbucato di lusso quale ero mi sono goduto la serata dall’improbabile intervista fatta da Sergino l’arrotino al maestro Piero fino al piacere di aver potuto finalmente conoscere di persona alcuni amici e compagni di corsa “virtuali”…
Più di tutto però i vari racconti dei commensali più esperti mi hanno risvegliato l’irrefrenabile desiderio di vivere in prima persona (e non solo in senso figurato) qualcuna di queste gare (se non tutte). I racconti di questa serata e di questi mesi (abbiamo superato i 450 ormai) hanno tutti un unico filo conduttore: non esistono due gare uguali e ciascuna porta con sé il suo tesoro di ricordi, aneddoti ed esperienze che la rendono unica, indimenticabile e assolutamente personale. Così è anche per la protagonista di questa 14-esima tappa, la Pistoia-Abetone, classica dell’ultima domenica di giugno. Una gara dura a detta di molti (ufficialmente 31 km di salita su 50 totali, ma qualcuno dice di più) e che ti può cambiare la vita (come ben sanno i miei amici Marcello e Francesca).
Una gara che fa sognare… non fosse altro per le sue faggete e per i quasi 1.400 metri di altitudine a cui è posto l’arrivo. In questo primo weekend veramente caldo, per quanto abbia vagato per parchi a mendicare un po’ di refrigerio, il clima metropolitano di Milano è riuscito a rendere irresistibile persino l’idea di correre in salita per un numero imprecisato di ore.
A me sono bastati 40 minuti ai 22° delle 7 di mattina per ritrovarmi spompo e disidratato ad alzare bandiera bianca e ricordare la vecchia regola ormai nota anche a un novellino come me: dopo il 20 giugno in città non c’è più spazio per gli allenamenti di corsa.
Infatti, a partire dal solstizio di estate l’unica molla che può spingermi al movimento sono le tapasciate serali, quelle di provincia in cui macini metri e zanzare in misura direttamente proporzionale gli uni alle altre. Corse senza l’assillo del tempo, immersi in una atmosfera di festa di paese. L’anno scorso ne ho collezionate una alla settimana generalmente al giovedì o al venerdì (in modo da avere il weekend libero), in un paio di occasioni riuscendo a tirarmi dietro anche la moglie. Ricordo in particolare quelle di Nerviano e di Boffalora: faceva così caldo (35° la prima e 37° la seconda alle 21) che persino la zanzare non riuscivano ad alzarsi in volo.
Purtroppo quest’anno niente… Non solo abbiamo perso maratone e ultra (è proprio di questa settimana l’ufficialità che anche New York ha dovuto alzare bandiera bianca), quelle che ogni settimana ricordiamo con le nostra Maratone della Speranza. in questa ecatombe di manifestazioni annullate stiamo perdendo anche tutto questo microcosmo di gare ruspanti che sono la colonna portante del podismo di massa. Gare senza pretese agonistiche ma che spesso danno identità a un paese, a una festa, a un quartiere…
Gare che, pur nella loro totale assenza di pretese (di notorietà, di lunghezza, di partecipazione) hanno il potere di risvegliare ricordi lontani svariate decine di anni e quasi dimenticati… Avevo degli zii (il fratello e la sorella di mio padre) che ogni domenica insieme a un amico partecipavano a una di queste non competitive. Saltavano solo le due centrali di agosto in cui erano in vacanza, per il resto non perdevano una domenica con qualunque tempo e in qualunque stagione. Iniziarono negli anni ’70 quando non c’erano tante gare, per cui erano sempre in cerca battendo tutti i posti più strani e remoti della provincia di Milano e poi della regione. A loro non interessava la coppa o la medaglia (penso non abbiano fatto mai un metro di corsa, sempre e solo camminato), ma il pacco gara e la scelta della gara era sempre in funzione di questo. Avevano anche un taccuino su cui registrare le loro valutazioni sulle gare da ripetere. 50 gare all’anno per oltre 30 anni finchè la salute glielo ha consentito, sempre e solo la domenica mattina e su un percorso tra i 5 e i 15 km. Quando andavo a scuola il premio per la promozione era partecipare a una di queste gare con loro (io e i miei fratelli avevamo una domenica dedicata a testa).
Quando era il mio turno mordevo il freno dalla partenza fin quasi all’arrivo perché, come tutti i bambini, avrei voluto correre, ma loro erano inflessibili: si cammina. Solo gli ultimi 100 metri, o forse 50, insomma quando il traguardo era ben in vista, avevo finalmente il permesso tanto agognato e potevo lanciarmi di corsa. E non importa se dietro di noi spesso non c’era più nessuno: tagliavo il traguardo a braccia levate e mi sentivo forte come Mennea… Ricordi di infanzia (entrambi gli zii sono mancati da anni) che con il tempo avevo sepolto in un cassetto e che le tapasciate mancate di questi giorni hanno richiamato dal limbo in cui si erano persi.
Marco Bertoletti
km 7,14… faceva troppo caldo


