UNA DOMENICA SENZA MARATONA

In cuor mio non ho mai tentennato, ma ho cercato di rendere meno amara la pillola alla maratona, dimostrando che non è stata tutta colpa mia. L’Alitalia, decisa a perseverare nella sua politica fallimentare, pretendeva una barca di soldi per farmi giungere a Torino. Se avessi optato per le FFSS, sarei tornato a casa il lunedì: troppo tardi per i miei impegni. E poi non sopportavo di pagare 100 Euro per due iscrizioni, che se fatte soltanto il giorno prima sarebbero costate molto meno!

Pertanto, domenica 17/4/2005, sono rimasto a Barletta, scelta dal TCI come tappa della “Penisola del Tesoro”, intelligente iniziativa che “offre l’occasione d’incontrarsi e di conoscersi, visitare, vivere insieme luoghi d’arte, di storia e di cultura degni d’essere meglio conosciuti e, in molti casi, addirittura scoperti”.

La passione per la corsa, tuttavia, era troppo struggente per rinunciarvi del tutto. Per tal motivo, di buon mattino, sono uscito in maglietta e pantaloncini, dirigendomi verso il mare, sulla battigia. La giornata era purissima, ed ho visto il sole sorgere ed illuminare man mano il Golfo di Manfredonia ed il Promontorio del Gargano, ove riuscivo a distinguere Monte Sant’Angelo, sito d’antica spiritualità prediletto dai Longobardi, che vi salivano per la Via Sacra a venerare il loro patrono, San Michele Arcangelo; scorgevo San Giovanni Rotondo, cuore della spiritualità moderna con Padre Pio. I gabbiani invece no, non c’erano, già migrati per altri lidi. Ho corso velocemente per dieci chilometri, potenziando i muscoli sulla sabbia, per continuare a mettere in crisi l’avvocato Tundo, sistematicamente raggiunto a metà maratona negli ultimi mesi.

Alle ore dieci, ho indossato non la solita, anonima, globalizzante tuta, ma un abito di velluto blu, una cravatta regimental e scarpe allungate a punta quadrata, più adatti alla circostanza, e mi sono recato all’appuntamento. L’incontro è avvenuto nella Chiesa di Santa Maria dei Greci, a stupirci davanti allo splendore dell’iconostasi: una struttura lignea di 10 x 6 m. elegantemente decorata dal XVI al XIX sec., che nelle chiese ortodosse divide la zona accessibile ai fedeli dal sancta sanctorum riservato al celebrante.

Un’ora dopo, eravamo nella Cantina della celebre Disfida, dove La Motte offese gi Italiani, tacciandoli di codardia. Un tal fatto scatenò le ira di Ettore Fieramosca da Capua, che lanciò il guanto di sfida. Il combattimento avvenne il 13/2/1503 fra 13 cavalieri italiani ed altrettanti francesi, ed andò a finire come diversamente non poteva!

Alle ore 12, nella Sala Rossa del Castello Svevo, c’è stato il saluto del Vicepresidente del T.C.I.. Mezz’ora dopo, la “Piazza d’Armi” del Castello è stata movimentata da uno spettacolo rinascimentale, in cui la rievocazione dell’epico scontro è stata inserita nel contesto della vita cittadina del tempo.

Dopo essere stati in piedi per tre ore, è giunto il momento di andare a sedersi a tavola, per gustare un menù di tipo rinascimentale presso i ristoranti convenzionati. Io ho preso la via di casa e, dopo tante domeniche, è stato un piacere evitarli!

Nel primo pomeriggio, con il naso all’insù ammiravamo la facciata del Duomo, in stile romanico pugliese del sec. XI°. Nell’interno, di mirabile simmetria, spiccavano il pergamo ed il ciborio, finemente scolpiti. E poi sotto il pavimento, a scoprire un ipogeo sepolcrale romano, una chiesa paleocristiana ed un’altra tardomedioevale.

Alle ore 17, è iniziata la visita al Castello Svevo, il pezzo forte della giornata. Poderoso e nello stesso tempo agile nella sua forma stellare, è stato testimone delle principali vicende storiche, comprese quelle ultimissime avvenute dopo l’8 settembre 1943, per le quali la città, prima ad insorgere contro i nazisti, è stata insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare ed al Merito Civile, unica in Italia, con Vittorio Veneto, a fregiarsi della doppia onorificenza. Attualmente, deposto lo spirito guerriero, è diventato il tempio della cultura locale. Qui si svolgono convegni e mostre. E’ sede del Museo Pinacoteca, con un patrimonio di migliaia di opere, frutto di donazioni e lasciti testamentari di cittadini barlettani o delle loro vedove. Su tutto, spiccano i 171 dipinti di Giuseppe De Nittis (1846-1884) (una sua mostra è in corso a Milano), impressionista che operò a Napoli, Parigi e Londra. Fu la sua devota consorte, la parigina Leontine Gruvelle, a donare, nel 1913, le opere del marito, pensando che la città natale meglio di qualunque altro ne avrebbe onorato la memoria.

Non è stato possibile vedere tutto. Sarà per un’altra volta visitare le cento chiese ed il teatro Curci; raggiungere Canne della Battaglia, ove nel 216 a.c. avvenne una delle più grandi battaglie che la storia ricordi; ed, infine, dovete sapere che se a Roma hanno il Colosseo, a Barletta c’è il Colosso: statua bronzea d’epoca romana alta 5,14 m., raffigurante un imperatore romano d’oriente (Teodosio II°?).

Ora mi sento veramente in forma. Ho ristabilito il giusto equilibrio fra muscoli e mente, sbilanciato prima d’oggi a favore dei primi.

Non mi sarà difficile riconquistare l’amante per un giorno abbandonata, manifestando il mio attaccamento con la doppietta di Napoli e Martinsicuro. Anzi, rimanendo sabato prossimo a casa, potrò andare a spezzarmi la schiena in campagna: un altro mio amore. Gli amori, ed è una fortuna, non finiscono mai! Proprio come gli esami.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche