Unesco Cities Marathon. Pozzi d’oro, primule e caserme.

Si riparte quindi da dove eravamo arrivati: da Cividale. Non tutti sanno che il nome Friuli deriva dall’antica denominazione di questa città: “Forum Julii”, mentre il nome moderno Cividale deriva “Civitas Austriae”.

foto 2Da ragazzo abitavo a Pavia in via Cividale, una viuzza piena di buche alla periferia, quel tantino squallida che non me la ricordo più e altrettanto immaginavo fosse squallida e piena di nebbia la vera Cividale. Dopo tre anni presi il treno ed andai a scoprire dove era. Ci volle una giornata per arrivarci era quasi al confine col blocco sovietico. Oltre le colline qualcuno ci guardava. Anche se era un bel giorno d’estate, passarono due temporali fortissimi e la nebbia si alzò davvero. Tutto scomparve dietro una cortina grigia tra le mura grigie. Il presagio di trovare la località bruttina come me la immaginavo si avverava. Ma il giorno dopo, la visione cambiò completamente. Una giornata da cartolina. Cividale si mostrò limpida e cristallina con il suo centro storico di impronta medievale, sede del primo ducato longobardo in Italia, con testimonianze storiche e artistiche di grandissimo pregio. Fra le tante cose scoprii il famosissimo “Tempietto Longobardo”. Compresi che un filo diretto legava Cividale a Pavia, poiché Pavia fu il centro più importante della cultura longobarda e capitale del regno dal 625 al 774. C’era anche un bar, forse c’è ancora, che si chiamava Caffè Longobardo, dove si beveva un ombra di Tocai con una fettina di San Daniele, un aperitivo detto tajut. ll tajut in Friuli è un rito. Nella tarda mattinata e nel pomeriggio le osterie e i bar si riempiono di clienti, riuniti per bere un tajut, un bicchierino di vino, accompagnato da una fettina di prosciutto San Daniele o una scheggia di formaggio Montasio. Pizze, panini, cappuccini e cornetti son sconosciuti… viva il tajut!

foto 3Ma torniamo alla corsa. Si parte dalla periferia di Cividale, il Ponte del Diavolo lo vediamo di sfuggita quando ci scaricano le navette, anche il resto della città non la si vede per niente. Una volta partiti, si è subito in campagna. I ranghi si sfaldano e i soliti noti si passano il calice dell’ultima posizione.

Passiamo Manzano la città delle sedie, dove sopra una rotonda han messo una sedia alta venti metri. Poi, sopra il Torrente Torrile, son già spariti tutti come l’acqua in qualche cavità carsica. Rimaniamo io e Adriano, da lontano chiamiamo Mariano che è fuggito via in triplice dolce compagnia: “Capparo….Capparo…Capparo…”(il suo misterioso soprannome Veneto). Finalmente ci sentiamo rispondere da lontano da Mariano che proprio oggi festeggia le 100 maratone. “Correte, venite a vedere!”. “Cosa è successo?”. “Guardate ho ancora la pelle d’oca dallo spavento”. “Cosa è successo?”. “Correvo tranquillo con la ninina e altre due fate, quando son passato davanti a questo cancello arrugginito….”. “E allora?”. “Guardate anche voi”. “Cosa?”. “Dietro questo cancello c’è un anno di vita!”. “Di vita?”. “Sì. Questa è la mia vecchia caserma. Mi son ripassati davanti tutti quei mesi passati quassù. Eravamo in quattrocento! Adesso guarda tutto in malora! Proprio quella finestra è la mia camerata, le torrette dove facevo la guardia, il comando, il piazzale…”. E’ proprio commosso Mariano, entriamo e facciamo un simbolico alzabandiera sotto quel che rimane del pennone. Sono tante le caserme abbandonate che abbiamo attraversato. Si dice che quasi un milione seicentomila ragazzi abbiano fatta la naja da queste parti. Tutti abbiamo avuto un amico o un parente che ci raccontava le pene dei mesi passati qui in mezzo al niente. Il Friuli, dopo il 1945, fu supermilitarizzato. Su questi confini c’era più del 50% foto 4dell’Esercito Italiano. Settanta anni dopo la storia è cambiata completamente. Il muro di Berlino dal 1989 è solo un cimelio per turisti o il 30esimo kilometro di chi vuole fare il tempone nella Maratona più veloce del mondo. Son caduti tanti confini a Est. La Slovenia è diventata indipendente nel 1991. Dal 2004 non c’è più la leva obbligatoria. L’Esercito se ne è andato. 400 caserme sono chiuse. 102 km quadrati abbandonati, o passati ai Comuni che hanno già problemi pattostabilizzanti. Milioni di persone, soldati e servizi annessi che per decenni han sostenuto le economie di interi paesi son spariti nella vastità di queste pianure ventose. Mariano era uno di questi.

Ce ne andiamo, le sei ore non aspettano. Abbiamo coniato anche un motto. “DIMMI CON CHI VAI E TI DIRO’ SE LE FAI LE SEI!”. Siamo al km 25, stiamo per entrare a Palmanova. Ma dove è questa città fantastica, non la si vede! Palmanova è una città invisibile. Fu costruita più in basso della linea d’orizzonte per nasconderla ai nemici, vicino non esistevano le colline e monti erano lontani. Inoltre le mura esterne foto 5sono ricoperte di terra e vegetazione che, addirittura, mimetizzano l’intero abitato. Stiamo per entrare nella più inespugnabile città d’Europa che ispirò tante altre fortezze: Pamplona e Jaca in Spagna, Vauban in Francia, Neuf Brisach in Alsazia, Fredericia in Germania etc. Venne costruita dai Veneziani come forte per combattere i Turchi sulle rovine di una vecchia città Palmata da qui il nome di Palmanova nel 1593. Nel 1797 passò a Napoleone, poi all’Austria e infine al Regno d’Italia nel 1866. Nel 1960 fu proclamata l’intera città “Monumento Nazionale” e poi sito UNESCO. Ci si doveva passare al km 33 perché è sul numero 3 che si fonda tutto. 3 porte di accesso rivolte verso Cividale, Aquileia e Udine. Vista dall’alto ha una pianta che è una stella a 9 punte. 9 bastioni di fortezza. 9 cerchia di mura. 6 i lati della piazza centrale esagonale. 6 strade che si dipartono dalla Piazza. 18 le strade radiali. E’ stata realizzata in questo modo anche per essere un baluardo del rinascimentale concetto di città ideale, oltre a essere una fortezza. Pur potendo contenere più di 20.000 abitanti, non fu mai molto abitata, forse la gente si spaventava all’idea di crescere dei figli all’interno di un ambiente finalizzato alla guerra. Oppure, semplicemente, la spaventava la stessa città, così regolare, così perfetta e uguale in ogni suo angolo, probabilmente anche così fredda, soprannaturale, ultraterrena. Infatti Palmanova è unica nel suo genere perché la sua pianta è geometricamente perfetta, a tal punto da sembrare quasi “non umana” nella sua visione dall’alto. E’ a forma di stella a nove punte, quasi sembra una astronave che sta per decollare.

foto 6Varchiamo il fossato e, a parte una piccola porta, non si vede niente da fuori. Dentro, dopo 300 m, si arriva nella piazza esagonale. Qui ci aspettano cannoni e figuranti con divise militari dell’epoca napoleonica. Sparano facendo molto fumo dagli archibugi, uno fa cilecca. Il nostalgico militare si becca una vampata in pieno viso. Il tempo di fare un po’ di foto in mezzo a questo esercito di 200 anni fa e poi via verso Aquileia. Lasciamo la grande piazza assolata e colorata dai figuranti.

A Palmanova sono transitati tutti gli atleti che hanno preso parte alla Unesco Cities Marathon. Quelli della 42,195 chilometri, gli staffettisti, che proprio a Palmanova si sono passati il testimone, i runners che hanno corso la Iulia Augusta Run, dalla città stellata alla colonia romana, gli appassionati della camminata nordica, che hanno fatto coi bastoncini solo gli ultimi 16,595 km del tracciato. Sicuramente più di mille persone.

foto 7Attraversiamo Cervignano del Friuli, Aquileia è vicina. Troviamo finalmente qualcuno che ci offre un bicchiere di Cabernet. Ecco una località che si chiama “Muscoli”. Dieci lunghissimi diritti chilometri. Corriamo su una strada che affonda le radici nella storia. La via Juilia Augusta. Aquileia ora è un porto insabbiato nella laguna di Grado. Ma al tempo dei Romani era il porto più importante del nord Adriatico. Qui scaricavano le merci e, lungo questa strada, le portavano a nord e, attraverso la via dell’Ambra, fino al mar Baltico. Con Brescia e Ravenna è il maggior sito archeologico del nord Italia. C’è un enorme Museo oltre ad un percorso all’aperto che attraversa il foro, il porto e la basilica. Fondata nel 181 a.C., fu fino alle invasioni barbariche uno dei centri commerciali e militari importantissimi per Roma. Attila poi distrusse tutto spargendo il sale sulle rovine, dopo un lungo assedio.

Il nostro arrivo è scenografico, proprio nella bella piazza della Basilica. I runners per un giorno hanno assediato festosamente Aquileia. Mariano ha conquistato la sua centesima medaglia, che vale più dell’oro. Una vecchia leggenda parla di un “pozzo d’oro” nascosto da qualche parte qui in giro. Già, un pozzo d’oro come le tante medaglie dei maratoneti. Quando arrivò Attila, i sopravvissuti all’incendio di Aquileia erano riusciti a fuggire, rifugiandosi nell’isola di Grado. Prima della fuga, però, avevano fatto scavare ai loro schiavi un pozzo in cui avevano nascosto tutti i tesori e gli oggetti d’oro. Per mantenere il segreto, gli schiavi furono uccisi, e il pozzo d’oro mai ritrovato. Questa leggenda è ritenuta talmente vera che, fino alla prima guerra mondiale, i contratti di compravendita dei terreni includevano la clausola “Ti vendo il campo, ma non il pozzo d’oro”.

Ma i veri pozzi d’oro sono queste tre città, patrimonio dell’Unesco, che abbiamo scoperto in un bel giorno di primavera.

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