In questa passione totalizzante le Grigne e dintorni diventarono presto strette, le Dolomiti o la Valtellina presentavano accessi scomodi e soprattutto rientri esasperanti (ricordo ancora il weekend che feci il Bernina, partito alle 6 di sera dall’alta Valmalenco arrivai a Milano dopo mezzanotte… era il giorno della finale dei mondiali del ’94 e non riuscii a vedere nulla… poco male). A quel punto divenne quasi inevitabile volgere lo sguardo alla Valle d’Aosta e una volta entrato, il mio cuore non ne è più uscito.
Libero da legami sentimentali per un certo periodo ho anche accarezzato l’idea di eleggerla a mia residenza. Fu anche più di una idea e non si concretizzò per problemi economici e lavorativi, ma lo ricordo ancora come uno dei bivi fondamentali della mia vita e chissà cosa sarebbe successo se avessi preso a sinistra anziché a destra?
In ogni caso ancora oggi la Vallée occupa un posto di riguardo nella mia vita. Anche se ultimamente è poco sfruttato (sicuramente molto meno di quanto vorrei, ma la Vallée è sempre là fedele che ci aspetta…) mia suocera ha un appartamento in affitto tutto l’anno nelle frazioni alte di Saint-Denis, quasi a ridosso del colle di San Pantaleòn che dà sulla Valtournenche. Fino all’ultimo ho anche sperato di riuscire a sfruttarlo come base per raggiungere Pont Saint Martin e partecipare dal vivo almeno a una di queste Maratone della Speranza. Quale occasione migliore per conoscere di persona il grande Paolo o qualcuno dei miei fin qui virtuali compagni di corsa? Ogni età della vita ti pone di fronte a scelte o limitazioni che non sempre ti consentono di fare tutto quello che vorresti, come lo vorresti e quando lo vorresti: a volte sono i figli piccoli, altre volte problemi economici o di salute, altre volte ancora, come oggi, sono i genitori anziani (per chi ha la fortuna di averli). L’importante è vivere con pienezza e serenità quello che hai senza guardare troppo a quello che ti manca o a cui hai rinunciato.
Certo il poter incrociare qualcuno avrebbe colmato quello che è il più grande vuoto di questo periodo.
Che non è la corsa. Quella per fortuna l’abbiamo ritrovata da un po’ di tempo e, anche nei momenti più bui, non è mai mancata del tutto, quando pur di muovere qualche passo ci arrangiavamo disegnando percorsi domestici o avanti e indietro per le rampe dei box.
E non sono neppure le gare. Anche quelle non mancano. Grazie alla fantasia di tante persone sono mesi che settimanalmente partecipo a più di una gara. E non mi riferisco solo alle non competitive come queste Maratone della Speranza o altre iniziative a fondo benefico. Ma ormai si sono aggiunte anche le competitive, tutte in stile molto goliardico, ma con tanto di tempi, classifiche e sforzi continui a migliorarsi e confrontarsi… seppure a distanza. Solo con il mio gruppo sportivo dei Road Runners abbiamo riempito il mese di maggio con le 4 May I Run sui 5 km (tutte con oltre un centinaio di partecipanti) e adesso siamo nel pieno del Campionato delle Staffette (4 x … 400, 800, 1500, 3000 con oltre 35 squadre al via).
Tutto questo c’è…
Quello che mi manca (e tanto) è il contatto con la gente. Il trovarsi, il correre insieme, la comunità (quella fisica, non la community virtuale) dei runners. Quella per cui, anche se non conosci nessuno, solo per il semplice fatto di affiancarsi in uno sforzo comune, riconosci nel tuo vicino un fratello, un compagno di viaggio. Quella in cui ogni volta che incroci uno sguardo scopri che ti regala sempre un sorriso o un incoraggiamento. Questo mi manca. Quell’essere nel gruppo e con il gruppo, quel salutarsi alla partenza e rivedersi all’arrivo, quell’accompagnarsi per un tratto di strada. Non ho mai visto così individuale e allo stesso tempo così comunitario come la corsa… solo che al momento questa dimensione ce l’hanno tolta e la sua assenza pesa.
Dicono che settimana prossima sarà possibile tornare a fare qualcosa in gruppo (non le gare). Anche mio figlio (arbitro) ha ripreso ad allenarsi in gruppo… speriamo…
Intanto, senza considerarlo un ripiego, per oggi mi accontento ancora una volta della usuale partecipazione “virtuale e solitaria” in una calda mattina milanese che ben si intona con l’inizio dell’estate. Per calarmi al meglio nella parte mi muoverò sui pendii ondulati della Montagnetta cercando riparo e un po’ di refrigerio sotto le piante. Poi quando mi capiterà di transitare in vetta magari sarò anche allietato da una debole brezza.
Con un po’ di immaginazione il giochetto funziona… anche grazie all’ausilio delle fontanelle che sfrutto di frequente (ad ogni passaggio) per bagnarmi e inumidire il cappellino. Devo ammettere che anche il terreno ha il suo perché nel riportarmi con la mente alla amata Vallée, perché con la (relativamente) nuova passione per la corsa ho avuto modo di fare due scoperte.
La prima è il profondo connubio tra montagna e corsa. Non sono stato mai uno da “montagna di corsa”. Certo, qualche volta per esigenze di tempo e per l’insaziabile desiderio di concatenamenti, mi è capitato di tenere dei ritmi sostenuti. Ma non sono mai stato un velocista delle vette. Il mio segreto se mai era tenere il passo e non fermarmi mai (un po’ come faccio nei lunghi di corsa) anche perché le soste erano micidiali per i miei muscoli e mi causavano frequenti attacchi di crampi. Quindi no alla montagna di corsa, ma sì alla corsa in montagna. Per allenamento o competizione (ma solo in salita perché in discesa le mie ginocchia non reggono) la corsa in montagna è la perfetta sintesi delle mie due passioni. Passioni che hanno tanto in comune: il movimento, gli spazi, la libertà, il modo più naturale per esplorare e scoprire l’ambiente che ci circonda. Non solo, ma unire queste due passioni mi ha permesso di scoprire dopo anni e anni di frequentazione, un nuovo modo , una nuova dimensione in cui vivere la montagna in modo attivo, ora che certe avventure sono un po’ meno alla mia portata (avevo un grande sogno che ormai è un rimpianto, scalare il Bianco per i miei 50 anni. Mi stavo preparando, ma due mesi prima della data mia figlia venne operata. Passò l’estate, seguirono altri interventi, altri rinvii… e oggi mi sento più vecchio e meno temerario. Il treno è passato… pazienza)
E poi c’è la seconda scoperta, un po’ meno gradevole, e che oggi ho rivissuto pienamente: quando corri in montagna non c’è un metro piatto. Anche quando sembra si tratta di una illusione. Sono due anni che girando intorno a casa (quella in affitto di mia suocera) mi sforzo di ripercorrere tutti i sentieri possibili che mi vengono in mente per allenarmi e correre un po’ in piano. progressivamente sto allargando il raggio di azione andando indietro con la memoria a pensare ai vari sentieri che ricordavo pianeggianti per averli fatti a camminando. Dopo aver passato in rassegna quelli vicini, ho preso la macchina coinvolgendo anche la famiglia in gite “facili, facili, tutte in piano così le faccio di corsa”. Niente da fare, ho solo compreso la profonda verità che c’è nel termine “falsopiano”. Per fortuna ormai ho trovato l’antidoto: è bastato eliminare dal panorama la pia illusione di trovare un luogo dove allenarsi in piano. dopo Quincinetto si va a correre in montagna e quindi, al massimo, allunghi in salita.
Così è stato anche oggi. I giri sugli anelli alti della Montagnetta sono stati perfetti per richiamare alla mente e nelle gambe le sensazioni di correre in Val d’Aosta. Per richiamarle, non sostituirle. Correre in un bosco a 1500-2000 metri è una sensazione unica che nessun posto della pianura padana può restituire lontanamente.
Anche per questo la Vallée ci aspetta come una fedele amica di vecchia data. Di corsa, a piedi, in bici, sugli sci o facendo rafting (questo mi manca… spero per poco ancora). E non importa quanto saremo rimasti lontani senza sentirci, basterà un attimo per riprendere la magia da dove eravamo rimasti.


