Per iniziare, un utile strumento d’analisi ci è offerto dall’etimologia del termine stesso: nei vocabolari della lingua italiana ritroviamo il sostantivo maschile vegetarianismo o vegetarismo, derivazioni di vegetariano, aggettivo e sostantivo maschile, dall’ingl. vegetarian.
In effetti il vocabolo vegetarianismo fu coniato nel 1847 in Inghilterra in occasione della fondazione della Vegetarian Society per indicare chi non mangiava né carne né pesce, derivandolo, si suppone, dalla parola lat. vegetus (= sano, vigoroso), per evidenziare come chi non consuma carne è in salute. Il termine fu poi adottato in Germania nel 1857 e infine in Francia nel 1875. A partire dal 1889 si parla di vegetarismo. Contrariamente a quanto molti credono, il vocabolo non avrebbe pertanto origine dal sostantivo vegetale, come “cibo dei vegetariani”; vegetarian non sarebbe cioè tratto dall’ingl. veget(able) = vegetale, con il suffisso -arian (cfr. unitarian, trinitarian e simili).
Si tratta di una neoconiazione: nell’antichità e sino al 1847 infatti si usava la locuzione abstinentia, sottinteso carnium (“dalle carni” ovvero ab esu animalium, “dal cibarsi di animali”), per indicare l’astinenza dalle carni animali, comportamento non inusuale nel mondo greco-romano. Il termine lat. abstinentia può equivalere al greco xerofagia, il quale sta a designare una dieta che escluda carne e altri cibi, privilegiando quelli secchi. Un vocabolo analogo è digiuno, che negli autori spirituali può comprendere tutte le forme di restrizione alimentare di carattere ascetico, intendendo in certi casi la rinuncia completa al cibo per periodi di uno o più giorni. L’astinenza dalla carne o da altri cibi specifici era di solito ascritta tra le pratiche penitenziali. Con metanoia (penitenza) infatti i Padri della Chiesa intendevano un vero e proprio “cambiamento di mente”, “un mutamento della volontà”, una “conversione”.
Alla base del termine vegetarianismo/vegetarismo ci sarebbe quindi la sanità, il vigore prospettato da questo tipo di dieta. Per esempio nel vocabolario etimologico del Pianigiani, risulta che l’aggettivo italiano “vegeto” (= che vien su prosperamente robusto”) riprende il lat. vegetus derivante da vegeo = sono sano, vigoroso e, attivamente, spingo, eccito da una radice VAG’- che è nel sanscrito vag’-ayami = incito, risveglio, rendo alacre, gagliardo, così come in vag’as = forza, vaksami = cresco (|vaks = vag|); cfr. il lat. vigere (e anche vigor, vigesco) = ho forza, vigore, oppure augeo e il connesso greco αὔξω, dalla radice AUG- accresco, con allargamento di UG.
Pianigiani in proposito propone il parallelo con il vocabolo “igiene” dal gr. ὑγιεινή [τέχνη] = “arte che conferisce alla salute”, connesso a ὑγιής “sano, in pieno vigore”, ond’anche ὑγίεια = sanità e ὑγιαίνω = sono o divengo sano, paragonabile al sanscrito og’as = forza, a sua volta da una radice UG’-, che risponde a una radice primitiva VAG.
Più recentemente, alla base si postula una radice proto-indoeuropea *weg’- “essere vigoroso” sottesa sia al lat. vigil/vigeo sia a vegetus/vegeo.
L’alimentazione vegetariana (scelta “sana, vigorosa”, quindi, fin dalla stessa etimologia) sta a indicare uno specifico tipo di dieta (dal lat. diaeta, a sua volta dal gr. δίαιτα = modo di vivere): termine quest’ultimo che erroneamente nel linguaggio comune è inteso come temporanea astinenza, totale o parziale, dal cibo, se si considera che nel latino medievale dieta indicava il giorno stabilito per l’assemblea di alcuni popoli germanici e derivava a sua volta dal lat. dies = giorno, per poi passare a designare le assemblee del Sacro Romano Impero dove si trattava della guerra e della pace, della legislazione e dell’elezione del sovrano. Vegetarianismo/vegetarismo pertanto è un termine che sta da indicare ogni concezione dietetica che, basandosi su presupposti di ordine non solamente igienico ma anche etico (illecita uccisione di animali), ecologista (minor impatto sull’ambiente) e spirituale (purificazione), proscrive [“abolisce” ndr] l’uso di alimenti carnei, compresi i pesci, e reputa i cibi di provenienza vegetale (dove vegetale è ciò che si ottiene, che si estrae, dalle piante), come idonei a una completa e sana alimentazione.
Esistono diversi gradi di alimentazione vegetariana:
- l’alimentazione lacto-ovo-vegetariana esclude solamente la carne e il pesce, cioè i carnami, ivi inclusi insaccati, frattaglie e prodotti nei quali sono contenuti tali prodotti animali, come per esempio le preparazioni con lo strutto;
- l’alimentazione ovo-vegetariana oltre a non ammettere il consumo di carnami, proscrive pure quello di latte e suoi derivati, permettendo il consumo delle uova;
- l’alimentazione lacto-vegetariana esclude l’utilizzo di carne, pesce, uova, ma consente quello di latte e suoi derivati;
- l’alimentazione granivora prevede l’assunzione di soli cereali;
- l’alimentazione 100% vegetale o vegana prevede il consumo di cibi di origine vegetale, escludendo carne, pesce, uova, latte e suoi derivati, nonché i prodotti delle api (miele, polline, pappa reale, ecc.);
- l’alimentazione crudista prevede solo l’uso di prodotti crudi, cioè non cotti (dal lat. crudus = sanguinolento, non cotto, immaturo, crudele, dalla stessa radice del latino cruor = sangue) e può includere l’utilizzo di carne e pesce, come l’istintoterapia di C. Burger; nel qual caso si viene in sostanza a perdere la connotazione vegetariana, includendo alimenti uccisi e perdendo la valenza non violenta;
- l’alimentazione fruttariana o frugivora è adottata da chi si ciba di soli frutti, cioè dei prodotti di piante arboree come mele, pere, ciliege, pesche, arance, ecc., ma anche di frutti di piante erbacee (fragole, cocomeri, angurie, ecc.).
La scelta vegana (termine coniato nel 1944 da Donald Watson, il fondatore della Vegan Society inglese eliminando semplicemente la parte centrale della parola vegetarian) racchiude un significato etico e supera l’aspetto puramente dietetico dell’alimentazione 100% vegetale. Essa prevede, infatti, di non utilizzare alcun ingrediente ottenuto dallo sfruttamento e uccisione di animali (per la produzione di latte e uova gli animali sono infatti sfruttati e poi uccisi esattamente come nella produzione di carne). Essa comprende anche la scelta di non utilizzare alcun prodotto di origine animale in ogni altro aspetto della propria esistenza, non solo nell’alimentazione: ossia evitare pellicce di animali per coprirsi, pelli nel tessuto di calzature, cinture e borse, lana (derivante dall’allevamento, e conseguente inevitabile macellazione, delle pecore), cosmetici che impiegano prodotti animali, e altri sistemi come la vivisezione. Prevede anche di non visitare zoo, acquari, circhi con animali e qualsiasi luogo di reclusione e sofferenze per gli animali. Il principio che sta alla base di questa motivazione è che la vita di tutti gli animali, esseri senzienti come noi, debba essere sempre rispettata anzi salvaguardata.
Circa venti secoli fa Giovenale (m. 140 d.C.) affermava che la sanità della mente dipende da quella del corpo: «mens sana in corpore sano» (Satire, X, 356). In tutti i campi e in ogni epoca storica, nel mondo della scienza, della religione, della filosofia, dell’arte, della medicina, dello sport, della letteratura, dello spettacolo, ecc., moltissime persone che hanno fatto la scelta di non mangiare animali si sono mostrate intelligenti, colte, aperte, sagge, serie, pacifiche, spirituali, tolleranti, serene. Per loro non è stata una scelta politica, una moda, un modo per mettersi in evidenza, ma una disposizione interiore, che ognuno vive con sfumature diverse.
(*) Per rendere più “leggera” l’erudita dissertazione di Stefano Severoni sul “vegetarianismo o vegetarismo” e sui vari gradi dell’alimentazione vegetariana, compreso la scelta estrema vegana verso la quale insieme alla gentil consorte mi sto indirizzando anch’io, ho condito l’articolo con alcune immagini prelevate dall’universo della rete. Qui di seguito, un’immagine (di parte) sulla “convenienza” a diventare vegetariani. Infine la composizione “vegetariana” in una delle famose “Teste” di Arcimboldo (ML)




