di Paolo Gino
NEW YORK, 6 novembre 2022
RACCONTI AMERICANI
Otto Racconti nati da una vacanza del New England per incontrare vecchi amici, vedere mostre, spettacoli e fare qualche corsetta in un caldo autunno del 2022. Un piccolo diario condito di ricordi ed emozioni per i luoghi e per la gente, ricco di curiosità e aneddoti al di fuori della mischia.
PAG 1 JESSY, PIERO ANCORA E NEIL DIAMOND
PAG 4 I KENNEDY LA FELICITA’ PRIMA DELLA MALEDIZIONE
PAG 6 L’ ISOLA DI MOBY DICK
PAG 9 TRAVEMUNDE BROTHERS
PAG 15 CERCANDO HOPPER
PAG 19 LA TORRE DEL MANGIA E I FANTASMI DI CAP COD
PAG 23 MICHEAL JACKSON BLACK OR WHITE
PAG 25 NYC SECONDA E QUINTA VITA
JESSY, PIERO ANCORA E NEIL DIAMOND

Nel 2020 fu l’unico anno che non si corsero la Orta 10in10 causa Covid. Me and Piero Ancora, da cospiratori anti decreti della Speranza, andammo esuli a Londra a correre 20 maratone in 20 giorni in una atmosfera irreale. Tutto era chiuso e tutto perfetto per noi unici turisti di una città silenziosa e avvolgente. Fu un agosto indimenticabile, Piero a Londra festeggiò le 1.300 maratone io nel mio piccolo 450. Tra i pochi locali aperti per davvero c’era un ristorante dove i Venerdì sera in barba al coviddi di cantava e si ballava. E Piero da buon ballerino faceva danzare tutte le “donzelle” presenti. Ricordo che il cavallo di battaglia della band era proprio Sweet Caroline di Neil Diamond. Sembra passato un secolo e ricordo quei momenti con tristezza e malinconia ma eravamo felici alle note di Neil Diamod: vedi filmato … https://youtu.be/aOFxcbkBCwE
Il primo di Settembre di ogni anno dal 1982 ovunque mi trovi mi fermo dove ci sono degli alberi e il cielo è azzurro e ascolto almeno un paio di volte: September Morn di Neil Daimond. Dice la canzone: ”E’ un Mattino di Settembre. Resta giusto per un po’ resta e lascia che ti guardi! E passato così tanto tempo. Ti conoscevo appena. Stai ferma lì sulla porta resta con me per un po’ voglio solo parlare con te abbiamo viaggiato per mezzo mondo per ritrovarci di nuovo un mattino di settembre”. Questo è il filmato con testo in italiano: https://youtu.be/WQ6Sv2ujiGE. Ma perchè 40 anni fa nel 1982? La storia è lunga ma la stringo un po’. Passai quell’agosto in Alaska ci ero arrivato in Autostop in quasi un mese di viaggio da New York poi Seattle Vancouver White Horse. Arrivato ad Valdez e poi Anchorage mi diressi a Faibanks. MA il richiamo di quelle montagne era forte per cui mi fermai nel Denali Park. Anche se era agosto la mattina trovavamo la neve e bianco come un orso polare su tutto dominava il Monte McKinley, conosciuto anche come THE BIG il Grande, un enorme picco di montagna in Alaska. Non è solo la vetta più alta in Alaska, ma anche la più alta in tutto il Nord America proprio al centro del Parco Nazionale di Denali, il McKinley raggiunge 20.320 piedi: 6.193 mt. Essere arrivato fin lì e non salirci sarebbe stata una sconfitta. Un migliaio di persone in estate ci salgono. Ci sono parecchie guide e spedizioni parcheggiate qua e la’. Mi attaccai alla Pandian (ventosa) a un gruppo di tedeschi che avrebbero condiviso volentieri le spese della guida. Io allora avevo 21 anni e avevo fatto “solo” tutte le vette del Rosa e un paio di salite al Cervino e tutte le piccole vette attorno a Torgnon il mio paese di adozione in Val d’Aosta. Il pericolo era il maltempo a una tale latitudine è impressionante quando tira vento, è una vera impresa per salire. Se si desidera farlo, hai bisogno di una formazione adeguata e attrezzature adeguate. Ma i tedeschi avevano tutto forse troppo e poco coraggio. Scelsero il percorso del ghiacciaio Muldrow non è una salita tecnicamente difficile, ma bisognava fare una lunga camminata su una tundra del nord. Qui il vento ci fermò un paio di giorni. Al terzo coraggiosissimi tornammo indietro perché il meteo era cambiato bruscamente in peggio. Al campo base c’erano tutte le comodità ed anche un ristorante con un’ampia vetrata che dava su un laghetto. In fianco al lago c’erano delle baracche arancione fiammante e un elicottero giallo che continuava a girare. Era una compagnia mineraria che mappava tutta la zona in cerca di nichel l’oro del XX secolo che serve per le batterie e genera anche molte allergie. I geologhi e i piloti mangiavano con noi ed erano fermi causa maltempo anche loro. Fu così che conobbi Jessy una geologa che aveva lavorato anche per degli Italiani che estrevano alluminio in Messico e anche se ne parlava male era affascinata dall’Italia. Il tempo non migliorava e io sinceramente avevo altri programmi che passare tutto l’agosto in un rifugio. Jessie aveva finito il suo contratto e da Settembre sarebbe andata in un giacimento in Minnesota sopra Saint Paul la città più fredda degli States. Così le dissi se mi dava un passaggio e diedi l’addio ai tedeschi che forse sono ancora lì ad aspettare il sole. Io andavo in California e lei in Minnesota mi disse che mi portava fino in Oregon e poi arrivederci. Aveva un pick up blu con l’hard top e quindi ci si poteva anche dormire dietro e lei avrebbe dormito sul divano davanti. Un viaggio di 4.500 km circa 5 giorni. Partimmo il 25 agosto. Il primo giorno arrivammo al confine col Canada e il comandante del Border Patrol che non vedeva passare mai nessuno ci invitò a pranzo a casa sua. Ricordo questa casetta di legno su una collina brulla a un centinaio di metri dal confine e i racconti del doganiere sugli inverni passati di guardia alla frontiera nonostante la strada fosse chiusa e rifornimenti arrivassero in aereo mi fa venire i brividi ancora adesso. Il viaggio continuò tra la tundra e immense foreste di betulla. Un giorno viaggiamo continuamente in una foresta che era bruciata completamente l’anno prima. Aveva solo due audio cassette sul pick up quella dei Reo Speedwagoon con la bellissima Keep on lovin you e un’altra di Neil Diamod con vari successi tra cui September morn. In 4500 km senza radio che tramettessero le due audiocassette le avremo sentite 1000 volte. Aveva un’età indefinita Jessy poteva andare dai 35 ai 50 aveva lo sguardo asciutto come un fiume dell’Arizona e un’espressione perennemente perplessa come se avesse sbagliato strada 100 km indietro. Anche se eravamo una strana coppia a me interessava arrivare in Oregon sano e salvo e che nessun lupo o orso mi sbranasse mentre dormivo nel cassone. Dopo un giorno che passammo il confine e che era un punto ormai di non ritorno mi chiese se gli interessava la sua storia. Le risposi abbassando la musica che se era una serial killer c’era più gusto a farmi fuori nella casa del doganiere. Se la rise e comincio a raccontarmi che soffriva da sempre di epilessia e mi spiegò tutti i problemi che in una donna comportavano e che il suo momento delle crisi si avvicinava per cui non avrei dovuto spaventarmi. Mancavano tre giorni all’Oregon e furono tre giorni tra mille ansie, ma anche felici perché km dopo km diventavamo come due vecchi fratelli che vanno a trovare il padre o due vecchi amanti che sanno che tra loro non potrà mai funzionare ma stanno bene insieme. In quel senso la frase “Resta giusto per un po’ resta e lascia che ti guardi è passato così tanto tempo” di Neil Diamond sembrava azzeccatissima. Il primo settembre 1982 arrivammo in Oregon ci lasciammo sotto dei larici col cielo azzurro. Dal pick up si sentiva “Stai ferma lì sulla porta resta con me per un po’ voglio solo parlare con te abbiamo viaggiato per mezzo mondo per ritrovarci di nuovo un mattino di settembre”. Così da allora ogni primo settembre fermo la macchina in un posto con degli alberi e del cielo azzurro e ascolto “September Morn”.
Ho avuto l’onore di partecipare il 4 novembre scorso a una delle prime messe in scena del musical Neil Diamond a Beatiful noise a Broadway basato sulla sua vita nel Broadhurst Theatre di New York. Prima di Broadway, il musical era stato presentato in anteprima all’Emerson Colonial Theatre di Boston per una durata di sei settimane, a partire dal 21 giugno. Adesso Neil Diamon è affetto da Parkinson ed ha 80 anni. Molto toccante è la sceneggiatura in cui si vedono di continuo due Neil. Un anziano e malato curato da una psicologa, l’altro giovane ed aitante. Lo spettacolo è stato scritto da Anthony McCarten, lo sceneggiatore della biografia sui Queen e vincitore del premio Oscar per Bohemian Rhapsody. C’è tutta una tenera storia che forse a me colpisce di più perché rivedo mia madre che è morta proprio di Parkinson. Comunque dopo l’avvio con la malattia, la storia del leggendario Neil Diamond prende vita sul palco scorrendo la sua carriera e tutte le sue canzoni di successo, tra cui “September Morn”, “Sweet Caroline”, “America” e “Cracklin’ Rosie”. Nipote di immigrati ebrei e polacchi, nato e cresciuto a Brooklyn, Neil Diamond era un ragazzo di New York che strimpellava la sua chitarra sui gradini della Erasmus High School di Flatbush Avenue. Nel 1960 L’America era affamata di cambiamenti e anche lui ha contribuito. Ha ottenuto un concerto vendendo canzoni per cinquanta dollari a settimana nel leggendario Brill Building di Tin Pan Alley, a soli 5 isolati da dove adesso va in scena il musical. Di notte ha affinato la sua voce sul palco del Village’s Bitter End, ma sapeva di essere destinato a qualcosa di più grande. Questa era New York, dopo tutto. Città dei sogni. Piena di vita e opportunità in cui chiunque potrebbe scrivere la propria storia. E così fece, canzone dopo canzone. 140 milioni di album venduti. Il suo concerto del 1972 e l’album dal vivo Hot August Night cantato di fronte a 5.000 fan urlanti lo ha catapultato alla fama come l’intrattenitore per eccellenza. Ha cantato fino a un Grammy Award, nella Rock and Roll and Songwriters Hall of Fame, poi ha completato il tutto con un Grammy alla carriera e il Kennedy Center Honors. Questa è la storia di quel ragazzo di Brooklyn che lo ha reso grande e ci ha portato tutti con sé per il viaggio. In questi primi giorni esilaranti a New York agli spettacoli sold-out che hanno definito la sua carriera il pubblico è in visibilio. Il musical “A Beautiful Noise” esplora la vita di un’icona del rock attraverso la musica che lo ha reso “un tesoro nazionale” come lo definisce il Los Angeles Times. A Beautiful Noise è uno sguardo emozionante sulla ricerca di un artista per se stesso e una celebrazione del potere duraturo della sua musica che si respira in teatro. Se poi i ricordi personali come è successo a me e ai tenti presenti si fondono con la profonda umanità della storia si raggiunge una sintonia piena tra il racconto e quello che è stato vissuto da tutti i presenti, tra un ballo di Vito Piero e la cassetta di Jessie finita in Minnesota.
I KENNEDY LA FELICITA’ PRIMA DELLA MALEDIZIONE

Anche se ero piccolissimo la tragedia e il fascino della famiglia Kennedy ha attraversato tutta la prima parte della mia vita e ancora adesso ho tanti ricordi e ed emozioni che mi attraversano. Tra l’altro io e mio fratello biondi e stirati da giovani spesso ci chiamavano i Kennedy e la cosa ancora adesso mi piace molto.
Prima dell’11 settembre il 22 novembre era una data scolpita nella storia: nel lontano 1963 John Fitzgerald Kennedy, presidente statunitense, venne assassinato a Dallas, e per molti questo evento luttuoso rappresentò la fine di un sogno che scosse il mondo e condizionò il pensiero di un’intera generazione e di quelle a venire tra cui la mia. Io ho visto tantissimi film e letto altrettanti libri su tutta la famiglia Kennedy in fatti si è scritto tantissimo riguardo a quel tragico evento.
Essere a Cap Cop vuol dire avere la storia dei Kennedy a portata di mano esiste un posto perfetto per comprendere meglio il fenomeno di quello che è stato il 35° Presidente degli Stati Uniti d’America: si tratta appunto del John F. Kennedy Museum, https://jfkhyannismuseum.org/
Situato nella cittadina di Hyannis, siamo a 70 miglia a sud di Boston, e a 350 nord di New York. Una località turistica tranquilla io qui ci son venuto per imbarcarmi all’isola Nantucket . Ho poi scoperto con sommo piacere che Hyannis è stata legata al mitico presidente americano, tanto da poter affermare che da queste parti i membri della famiglia Kennedy sono più di semplici personaggi pubblici: la gente del posto li considera quasi parte della propria famiglia e, in effetti, una visita all’interno del JFK Hyannis Museum trasmette un po’ questa stessa sensazione. La visita al museo Le fotografie e le citazioni appese alle pareti offrono infatti uno sguardo intimo, quasi indiscreto, sulla vita di una famiglia che ha rappresentato, seppur per soli tre anniun periodo d’oro dell’America. Gli ammiratori dei Kennedy sono sempre stati attratti da Cape Cod, una delle più popolari destinazioni di vacanza del Massachusetts, ed il museo si è trasformato in una grande attrazione turistica per la cittadina di Hyannis, storica residenza estiva dei Kennedy.
Per il 2023, in occasione dell’anniversario, si prevedono folle di visitatori e nostalgici che accorreranno in un luogo simbolo della storia contemporanea statunitense. Il museo ospita mostre fotografiche e multimediali, nonché alcune interessanti presentazioni video che mostrano la vita quotidiana dei Kennedy in situazioni informali della famiglia durante le vacanze in riva al mare in un arco temporale compreso tra il 1934 ed il 1963; le foto delle spiagge assolate e delle barche a vela che fendono le onde sembrano suggerire un’idea di estate eterna nella vita di John e della moglie Jacqueline. Hyannis al di là dell’immagine poetica e spensierata di Cape Cod, la località balneare giocò un ruolo fondamentale nella presidenza di John Kennedy: fu proprio a Hyannis che JFK annunciò la sua decisione di correre per la presidenza, e fu sempre lì, presso l’ex Hyannis Armory, che il 9 novembre 1960, tenne il proprio discorso della vittoria. All’uscita del museo è ho visitato anche l’armeria nella quale Kennedy pronunciò il suo discorso, poi anche se piovevav fitto fitto ho collaudato un impermeabile comprato a Genova con un tour a piedi della città seguendo un percorso ben segnalato, leggendo i cartelli lungo la strada che parlano di Hyannis e la sua famiglia più famosa.
Esiste un ulteriore modo per conoscere JFK ed il suo clan, ovvero navigando in crociera su una barca in partenza dal porto di Hyannis fino al frangiflutti di Hyannis Port, dove si può ammirare il Kennedy Compound, la celebre proprietà appartenente alla famglia nella quale, tra le altre cose, morì nel 2009 Ted Kennedy; per poterla scorgere al meglio, vista la distanza di sicurezza da rispettare, è consigliabile avere con sé un binocolo. Io visto che il battello non c’era mi sono finto un postino e mi sono imbucato nella stradina chiusa che porta al compound. Pioveva forte e non c’era nessuno in giro. Sono potuto arrivare quindi fino a un cavalletto prima del cancello e vedere bene le tre case unite insieme. Mi guardo in giro mi faccio un bel selfie spero che l’FBI non mi cerchi.
Se è innegabile che il museo e le spettacolari dimore sul litorale siano realmente affascinanti, è altrettanto vero che forse il più importante lascito dei Kennedy sia il Cape Cod National Seashore, uno splendido tratto di costa di 17.806 ettari (da Chatham a Provincetown), che venne preservato dalle incursioni dei costruttori proprio grazie alla volontà del Presidente come ho raccontato nel capitolo su Cap Cod. Qui le acque dell’Oceano Atlantico e una costa punteggiata lunghi cordoni di dune di sabbia, conchiglie e uccelli marini, accolgono tutti coloro che sono in cerca di pace e relax e vogliono “respirare” quei luoghi che hanno contribuito a formare un’icona del XX secolo.
Una famiglia numerosissima e sfortunata tanto che si parla della maledizione dei Kennedy Kennedy (famiglia) – Wikipedia però è bello pensarli ancora qui felici che girano in barca e si tuffano.
L’ ISOLA DI MOBY DICK

Avevo 4 anni e fui ingoiato da Moby Dick. Da allora ogni notte la vedo spuntare dalle buie acque per venirmi a prendere. Il mio Oceano Pacifico erano le risaie dove in mezzo galleggiava un paesino senza niente, ne un bar, ne un’osteria e soprattutto nessun Cinema. Sfortuna volle che quell’estate dei primi anni 60 anni arrivò un camioncino con un cartellone: Questa sera Gregory Peck in Moby Dick, la balena bianca. regia John Huston. Mio papa prese due sedie e mi portò nella piazzetta davanti la chiesa. Lo schermo era la facciata di una casa dove avevano messo dei lenzuoli sulle finestre ma il balcone si confondeva con il ponte della nave e io quando si accese tutta quella meraviglia non capivo che ci facesse una nave sul balcone. Piegavamo il collo in su e mi faceva male. Mio papa mi diceva non guardare quando arrivava la balena ma non era facile perché avevo il collo bloccato. E così la balena bianca scendeva dal balcone e mi mangiava insieme ai marinai. Non dormii per parecchie notti e mia nonna che dormiva con me mi diceva stai tranquillo le balene sono buone e mi raccontava come Pinocchio ritrovò Geppetto nel ventre del mostro, ma io a questa favola non ho mai creduto.
Per tanti anni scendeva dal balcone e gnam un sol boccone. Appassionato di Pavese le cui colline vedevo in fondo alle risaie da ragazzo lessi la versione di Moby-Dick tradotta da Cesare Pavese nel 1932 e la sua revisione dell’opera nel 1941. Nella prima era un tripudio di emozioni la seconda più scientifica.
Ne 2012 visitai la casa di Hermann Melville a Pittsfield MA e mi presi una rivincita con la Balena bianca ucidendola finalmente !! Vedi foto pag 459 https://www.clubsupermarathon.it/copia/wp-content/uploads/2022/04/2012.USA-COAST-TO-COAST-IN-6-MARATONE.pdf
Ma la Balena viene ancora a trovarmi la notte ma dove tutto è nato ho mai avuto il coraggio di andarci: l’isola di Nantucket (Massachusetts). 29 ottobre 2022 Dieci anni dopo l’uccisione e a quasi 60 dal primo mio avvistamento. Salpo per l’sola in mezzo all’Atlantico. Diceva Paolo Conte SI NASCE SOLI SI MUORE SOLI E IN MEZZO SI CERCA UN’ISOLA e questa l’ho cercata a lungo per 60 anni.
Prendo l’aliscafo a Hyannis e arrivo di notte. L’isola è buia vecchie lanterne e negozi con zucche di Halloween. Mi aspetto che capiti anche a me quello che successe a Hermann Melville in una nebbiosa notte del 1851, giusto un anno dopo che Moby Dick era stato pubblicato in Inghilterra.
Herman Melville come me era alla sua prima visita all’ isola di cui aveva ambientato il suo romanzo, stava camminando su quelle stesse pietre in cui ancora ci si inciampa lungo Centre Street, in direzione di quella che allora si chiamava la Ocean House. Proprio in quel momento scendeva i gradini una figura alta e imponente, che alzò su Melville la sua lanterna. Per un attimo, a quella luce, lo scrittore e la sua creatura si guardarono negli occhi: perché il vecchio capitano Pollard, il protagonista della tragedia dell’ Essex, la baleniera che, trentadue anni prima, a duemila miglia dalla costa del Sud America, era stata affondata da un gigantesco capodoglio impazzito, era il modello originale di Achab, e la sua drammatica avventura intessuta di paura, fame, sete, cannibalismo, raccontata dai diari di tre sopravvissuti: il primo ufficiale Owen Chase, il capitano Pollard stesso, e il secondo Thomas Chappel.
Fu la storia che Melville conobbe, annotò e trasformò nel suo epico capolavoro. Sarà stato un segno del destino che Melville sia nato a New York il primo agosto del 1819, dodici giorni prima che l’Essex partisse da Nantucket per il suo tragico viaggio? Dicono che a creare Moby Dick ha concorso la passione di Melville per Shakespeare, il caso Pollard ha innescato la narrazione. Sulla sua copia di The Loss of the Essex Melville annotò diciotto pagine fitte fitte, e nel quattordicesimo capitolo di Moby Dick si parla dello sventurato Pollard che, sopravvissuto alla balena e a un secondo naufragio, campò fino a oltre ottant’ anni facendo la guardia notturna per la città di Nantucket. Forse sarà Halloween o il Jet Lag ma il fantasma io l’ho visto davvero qualche buontempone con lanterna ha bussato al mio albergo.
Ma torniamo al vero incubo. Melville come me sapeva che non era la balene di Pinocchio, ma era una Balena cattiva, l’incarnazione del divino del male che chiama il male. Nel splendido whaling musem c’è tutta una stanza che descrive la disavventura di Pollard. Uno di quei capitani coraggiosi che all’inizio dell’800 partivano dal nord atlantico, scendevano fino a Magellano e risalivano fino a metà Oceano Pacifico dove tra l’sola di Pasqua e le Hawaii facevano incetta di balene per tornare dopo 5 anni a Nantucket.
Fu proprio duemila miglia al largo dell’isola di Pasqua che un enorme cetaceo che attaccò e fece naufragare la sua nave. Pollard dopo oltre un mese alla deriva nel Pacifico, dopo essersi cibato con i suoi compagni di due cadaveri, aveva dovuto decidere di tirare a sorte chi sarebbe stato la vittima sacrificale che avrebbe permesso agli altri di sopravvivere. Il “condannato”, Owen Coffin, aveva diciassette anni: fu ucciso e sbranato. Nomen omen? Coffin in inglese vuol dire bara, ma il nome appartiene a una delle più antiche e importanti famiglie di Nantucket. Per un altro gioco del destino, la casa di mattoni rossi in cui Pollard si rintanò con tutto il peso della sua angoscia e il senso di fallimento per il secondo naufragio si chiama ora Jared Coffin House, ed è l’albergo e il ristorante più elegante di un’isola che dell’eleganza ha fatto il suo stile.
Ormai è quasi Novembre i turisti son spariti restano solo operai che riparano le tante case estive vuote. Tutto sembra inutile e con poco fascino. “Nantucket is no Illinois”, Nantucket non è l’Illinois, scriveva Melville in Moby Dick con un tocco lapalissiano, descrivendo con estrema precisione un luogo che non conosceva allora direttamente e una “extravaganza” che continua ad essere lo stile di Nantucket. La “stravaganza” di Nantucket, nell’ imbarbarito e involgarito mondo delle vacanze di oggi, è la mancanza di stravaganza, la grazia, il rispetto per l’ambiente, l’amore per la semplicità del passato.
Sono andato a correre facendo il giro dell’isola una ventina di km tra dune e canneti e centinaia di seconde case tutte grigie e uguali e vuote. Ho letto che anni fa l’intera isola è insorta contro le stramberie architettoniche degli Archistar al soldo dei tanti milionari che scelgono l’isola per le vacanze. Uno degli oggetti di scandalo fu la casa postmoderna che Richard Gamble – proprietario della Procter & Gamble – si è costruito a Pocomo Head.
I sono cinque commissari della Nantucket Historic District Commission, che si battono per il “Nantucket simple”, la semplicità di Nantucket : un miracolo di armonia in cui si mescolano la natura della brughiera che riveste l’ isola, il grigio delle case di legno della tradizione quacchera costruite a scaglie di cedro, il bianco degli edifici Greek Revival eretti nel periodo della grande ricchezza isolana, il bruno delle poche costruzioni di mattoni, i toni delicati delle rose che crescono – gialle, bianche, rosa, pochissime le rosse, perché è un colore troppo squillante – nei piccoli giardini e lungo le stradine pavimentate di ciottoli che fanno di tutto per rendere difficile la circolazione delle macchine.
Più difficile ancora è camminare sui marciapiedi di mattoni che sembrano bombardat. I negozi di colori, a chi proprio insista per ridipingere la propria casa anziché conservare il grigio che la salsedine crea dopo un po’ sulle assi di cedro, suggeriscono una tavolozza di non più di dodici tonalità pallidissime, considerate politicamente ed esteticamente corrette. E ogni volta che si è profilata un’ iniziativa che facilitasse l’ invasione dall’ esterno – per esempio l’ apertura della linea di aliscafi dal vicino Cape Cod – gli isolani, nonostante la loro economia dipenda essenzialmente dal turismo e le loro convinzioni economiche discendano dall’ etica quacchera, che è austera sì ma non insensibile ai richiami del denaro, si sono sempre opposti per quanto hanno potuto – cioè, purtroppo, poco -, convinti come sono che le qualità per cui Nantucket viene ricercata da quelli di fuori (gli “off-islanders”) sono le stesse che l’ invasione da fuori tende a cancellare.
La loro buona volontà non ha potuto impedire che il numero di case, dopo l’esplosione della Reaganomics, sia cresciuto da 4784 a 7021. E la campana del tracollo urbanistico ed ecologico sta suonando anche per Nantucket. Lontana solo trenta miglia da Hyannis, curva nell’ ansa di Cape Cod, lunga dodici miglia, piatta, sabbiosa, Nantucket è un’isola che tale vuole restare. Questa “insularità” è stata all’origine della sua colonizzazione, quando a metà Seicento dieci famiglie di Salisbury, nel Massachusetts, trovandone irrespirabile l’atmosfera di intolleranza puritana, comprarono per trenta sterline l’ isola dalla tribù Algonquin che ci viveva.
Solo trentacinque anni prima, con uno dei più colossali affari della storia, era stata comprata per ventiquattro dollari l’isola di Manhattan. Se quei coloni sopravvissero al primo inverno isolano, fu merito dei generosi indiani locali. Fu anche merito degli indiani se impararono a cacciare la balena, che diede origine alla grande industria e alla grande ricchezza locale nell’ Ottocento, fino a che la scoperta del kerosene, nel 1842, rese improvvisamente obsoleto, oltre che troppo costoso, l’olio di balena, e cancellò da un giorno all’ altro una cultura e la prosperità dell’isola.
Nel suo ostinato isolamento, che costò all’ isola non pochi drammi durante la guerra di indipendenza americana – quando la neutralità si rivelò impossibile, la piccola comunità si trovò tra i due fuochi dei “patrioti” e dei Tories e ambedue le parti la trattarono come terra di conquista – la cultura della indipendenza e della eccentricità ha prosperato a Nantucket. Non più tardi del 1974, sentendosi troppo spremuta fiscalmente, Nantucket minacciò la secessione dagli Stati Uniti. E sull’ isola si parla del continente come dell’America. Qui, sottintendono, siamo un’altra cosa. Ed è vero. Non c’ è nulla oggi, a Nantucket, dell’esibizionistica e rumorosa allegria dei Caraibi, della Florida, della California meridionale. Non ci sono jeanserie, Mac Donald’ s, Pizza Hut. C’ è poco asfalto, e la pavimentazione di ciottoli è conservata come un’assicurazione anti invasioni.
Ci sono invece, lungo Centre Street – la strada che in passato, per essere piena di botteghe gestite solo dalle vedove bianche dei balenieri, si chiamava Petticoat Road (Via della Sottoveste) – negozi sofisticati e carissimi. All’ angolo con Main Street c’ è una libreria, Mitchell’ s Book Corner, da fare invidia alle grandi città. Oggi non c’è in giro nessuno ma giudicare dalle vetrine l’abbigliamento dei vacanzieri è austeramente sportivo-velistico. I ristoranti sono difficili da giudicare x noi italiani ma rifuggono dai menu fantasiosi e cercano la qualità della semplicità.
L’isola fu patria in passato di figure leggendarie – Thomas Macy, il primo colonizzatore, esule da Salisbury per indipendenza di spirito, dalla cui famiglia verrà poi il Macy fondatore degli omonimi grandi magazzini; quella Mary Starbuck che fu detta “The Great Lady” perché, nella seconda metà del Seicento, fu l’ ago della bilancia della democrazia isolana e tutrice delle sue quacchere virtù di rigore e tolleranza; il primo abolizionista americano, Elihu Coleman, che fin dal 1729 scrisse un trattato contro la schiavitù; Maria Mitchell, che nel 1847, all’ età di ventinove anni, scoprì una cometa tutta sua e divenne docente di astronomia a Vassar; la protofemminista Lucretia Mott; Abiah Folger, la madre di Benjamin Franklin; o il capitano Folger che trovò i superstiti del Bounty a Pitcairn, risolvendo un mistero che aveva affascinato il mondo della navigazione.
Nantucket dedica loro, oggi, un culto discreto e affettuoso attraverso una serie di piccoli e bei musei pieni di ritratti, oggetti, memorabilia, e storia. Ma il museo per eccellenza è il The Whaling Museum che ospita tra l’ altro l’ imponente scheletro di un capodoglio, è dedicato ai giorni della grande e sanguinosa industria che rischiò di snaturare la cultura quacchera con le tentazioni della ricchezza. Tra il 1712 e il 1846, l’ anno del grande incendio che rischiò di cancellare Nantucket dalla terra, le navi partirono 4344 volte a caccia di balene, per restare in mare tre, quattro, cinque anni, o per finire distrutte in fondo all’ oceano. L’ ultima spedizione salpò l’ancora nel 1869.
Poi la ricchezza e la cultura isolana si inabissarono, per rinascere alla fine del secolo, quando il turismo elitario, raffinato, discreto riscoprì l’ isola e il suo fascino. E il souvenir più snob e più costoso di Nantucket sono oggi gli oggetti che provengono dal passato baleniero: i cestini di rattan che gli uomini intrecciavano pazientemente sulle navi faro disposte attorno all’ isola per segnalare le secche (sei o settecento dollari quelli prodotti oggi, tre o quattromila dollari quelli di allora). E, senza prezzo, gli oggetti che i marinai intagliavano e incidevano con figure e volti femminili sugli ossi di balena – gli scrimshaw – nei momenti di nostalgia delle loro donne, durante i lunghi anni sulle tracce dei capodogli (anche se ora gli scrimshaw sono prodotti in massa a Taiwa. Per ovviare alle loro molto umane nostalgie, sempre spregiudicati, i quaccheri balenieri decisero di ignorare le superstizioni e di portarsi a bordo le mogli. O, almeno, lo fecero molti capitani. Il romanzesco Achab, con la sua unica, totalizzante passione per il Leviatano, non lo avrebbe mai fatto. E io che il Leviatano il mostro lo vedo tutte le notti forse adesso che ho capito perché le baleniere non salpano più forse dormirò sonni più tranquilli! Addio Nantucket! Addio Capitano Pollard!
TRAVEMUNDE BROTHERS

Incontrarsi dopo quarant’anni. Si ha si ha l’impressione dei sopravvissuti che sbarcano dopo un naufragio e ci si scusa perché le onde eran forti. Ma Andreas è speciale una forza della natura. Campione di body building, personal trainer di Vip oltre che Veterinario appassionato vive in New Jersey da quasi 40 anni. Abbiamo fatto il Liceo insieme e un paio di anni di Università anche se in città diverse frequentandoci con tanti amici comuni. Poi si trasferì negli States e a parte qualche augurio Natalizio non ci siam mai più visti.
Per festeggiare la rimpatriata ci diamo appuntamento allo Stone Pony uno storico locale musicale di Asbury Park, nel New Jersey, trampolino di lancio per molti cantanti di successo come Bruce Springsteen, Patti Scialfa, Jon Bon Jovi e Steve Van Zandt. L’area di Asbury Park, un tempo meta balneare con un denso turismo adesso è molto trascurata e in alcuni tratti completamente abbandonata. E’ un giovedì di inizio di Novembre e non c’è in giro quasi nessuno. Qualche pellegrino di fan di Bruce Springsteen e di Jon Bon Jovi. Lo stesso Stone Pony è mezzo chiuso, ma si può mangiare un po’ più avanti. Lui da veterinario ha curato alcuni dei molti animali del boss. Dice che è un tipo tranquillo. Andreas dopo la Pandemia del 2020 ha lasciato le palestre e si dedica alle Ultra in bicicletta da 200 km in su. Passa quindi tutti week end a pedalare magari anche 48 ore in strada in giro per vari Stati. In Italia è stato prima del Covid in vacanza in Sardegna, ma non ci viene quasi mai.
Ha due figli che abitano in Arizona e a volte va a trovarli, ma lì a pedalare specie d’estate è impossibile. Se in 40 anni son passate tantissime altre strade sotto i nostri piedi i racconti più belli vanno subito ai nostri viaggi di tanti anni fa.
Il primo e più mitico fu a Capo Nord nel 1981. Agognato da tempo e programmato nei minimi dettagli, ma poi completamente inventato sul momento stile dove ti porta il cuore o qualcosa di più. Io avevo uno splendido pulmino arancione. Mercedes 206 D. 4 marce. 104 km orari max fissi. Non l’avevo comprato, ma era stato in pratica carpito silenziosamente a mio papà che non lo usava più e lo teneva solo per portare la legna in montagna, era un simbolo di libertà un’icona dei nostri tempi. Non eravamo snob, ma neanche post-sessantottini, e nemmeno hippy con le tendine sui vetri, non eravamo neanche i disillusi anni Ottanta, quelli dei Mondiali di Spagna, ne paninari, ne yuppie, ne Fonzies. ne niente insomma. Lui figlio di una tedesca e io mezzo valdostano avevamo come mito il grande nord. Montagne e spazi infiniti, avventure e territori da conquistare. Del calcio, delle band, delle spiagge estive, assolutamente nessun interesse. Ma l’interesse per gli altri mondi completamente diversi dal nostro quello si. Nel racconto sotto riportato furono messe le basi per infinite avventure, da Capo Nord a Gotland, Stoccolma Finlandia Olanda Germania Africa Australia e soprattutto Usa Canada Messico. Le nostre ormai lunghe vite che si sono separate da quel viaggio da lì hanno preso a volare.
Fu così che nell’estate dell’81 arrivò la maturità. Avevamo visti e passaporti pronti. Venne la notte prima degli esami finalmente passata nella birreria preferita, dove c’era un juke box con sola musica classica. Si chiamava il Cantuccio e ci son tornato per caso proprio questa estate. Era la birreria che per anni ha avuto il guiness dei primati per il numero di marche di birra. Da qui nacque la piccola fissazione di collezionare lattine di birra vuote divise per stati annotando sotto data e commenti spesso piccanti. Mi ricordo che la colonna sonora di quella sera per 4 volte fu “Una notte sul Monte Calvo” di Modest Musorggskij e quando suonava la famosa campana era quella della condanna per il giorno dopo. I duri giorni degli esami passarono a stento, ma riuscimmo a partire.
Direzione Nord. Prima in Svizzera da suo papà che non era tanto convinto di lasciarci andare, poi in Germania da sua nonna ad Hattingen nei pressi della città universitaria di Bochum. Una casa accogliente con molto legno e moquette. Lo zio Kobi ci portava in giro su una mega Mercedes classe S verde metallizzata. Bei ristoranti, ma parlavano tedesco e mangiavano strano, e io non ci capivo niente. Dopo finalmente le vele del nord si spiegarono. Dusseldorf, Colonia, Brema, Amburgo, Lubecca. Tutte città da passarci il giorno e la notte. Specie Lubecca con l’amore per Thomas Mann fu una scoperta meravigliosa, con le luci dei locali ancora a gas che davano tono da XVIII siecle.
Arrivammo a Travemunde dove si attraversava con un traghetto dalla Germania alla Danimarca. La nostra felicità fu al culmine quando il 206 salì sulla nave. Sembrava di avere lasciato dietro tutto e il 206 galleggiava come la nave di Giasone e gli Argonauti alla conquista del vello d’oro. In ricordo di quella mitica attraversata cominciammo chiamandoci l’un l’altro Travemunde: Travemunde come stai? Bene Travemunde! Nomen omen o forse il destino a cui in cui la vita ci portò negli dopo a viaggiare costantemente nel mondo. Fu così che nostri eroi arrivarono a Copenhagen, wonderland il paese delle meraviglie. Mai si videro tante belle ragazze tutte insieme nella strada centrale. Copenhagen, il cambio della guardia al palazzo di Amalienborg, la lontanissima Sirenetta, il castello di Rosenborg e così via.
Finite queste pratiche turistiche il fresco dell’estate dava quella sensazione di benessere, serenità, leggerezza che provi quando sei felice e ti senti pesare la metà. Ecco, capivamo di essere nel posto giusto al momento giusto pervasi dalla piacevole atmosfera rilassata che si respira in città, una specie di take it easy, let it be, lascia che sia che i danesi chiamano hygge (si pronuncia “hugga”), anche questo entrato nel nostro slang ma con sfumature diverse, che poteva dire caspita, andiamo perbacco a secondo della a finale. Ma questo termine è traducibile con “intimità, calore”, ma il suo significato è ben più ampio, tanto da far classificare i danesi tra le persone più felici al mondo. In pratica, hygge è la capacità di godersi il bello della vita con le persone care. A ognuno definire come si esprime. Noi lo ripetevamo due volte per non sbagliare hugga, hugga.
Insomma da Copenhagen non ci schiodavamo, tra un giro in barca sui canali coi due Travemunde Brothers al comando che si godevano il sole caldo dell’estate sul viso l’aria fresca tra i capelli, senza neanche ascoltare la guida semplicemente godendoci quello che vedevamo e l’aria che respiravamo. I pomeriggi e le serate ai giardini di Tivoli, alternando un giro adrenalinico in ottovolante a una sosta su una panchina all’ombra di grandi alberi circondati da meravigliosi fiori colorati. E poi la sera in un bar per bere qualcosa di caldo, chiacchierando e godendosi il tepore del locale. Gente simpatica a cui hugga vacca nessuno mai metteva fretta. Mitica è una foto in un sottopasso dove letteralmente volavo staccandomi da terra.
Allora non c’era il ponte per andare in Svezia. Bisognava traghettare di nuovo a Helsingor. Qui c’è il famoso Castello che si trova sul mare e quando c’é burrasca o vento forte bisogna starci attenti. Quel giorno c’era un temporale e anche se non eravamo tanto convinti anziché traghettare ci infilammo a visitare il Castello di Amleto: Konborg é il castello nel quale Shakespeare ha ambientato il suo “Amleto”. Ma ciò che più mi ricordo é stata la statua, posta nei sotterranei, dell’eroe danese Holger: la leggenda narra che Holger dimora tuttora nel Castello, pronto a prendere le armi se la Danimarca cadrà in pericolo. Cinque anni dopo 1986 tornai in auto stop rifacendo quasi lo stesso itinerario e capitai proprio mentre stavano facendo la recita di Amleto dntro il Castello e facevano apparire il fantasma del padre sugli spalti proiettando lo spettro tra reti e nebbie. Era una bella sera d’estate e finita la recita mi nascosi all’interno del parco del castello e senza troppi problemi passai la notte tra spettri e re di Danimarca, unica pecca il calcione di un giardiniere la mattina che mi cacciò.
Ma torniamo al 1981. Terminata la visita il 206 la mattina seguente tocco le bionde, agognate coste della Svezia. In collegio un amico aveva il pallino delle Svedesi e mi ricordo che quando si ritirava in camera diceva tra il disperato e l’ironico; “Ahh adesso mi faccio un paio di ore di Svezia!!”,
Una volta sbarcati non ci restava che puntare verso Göteborg, città industriale. Era piacevole viaggiare sulle autostrade svedesi che costituiscono di per sé una grande attrattiva panoramica, spaziano su fiordi e isolette, lungo percorsi che si immergono in paesaggi collinosi e ricchi di abeti. Dall’alto del furgone dominavamo tutto, specie in quella calda giornata di sole estivo Svedese, e già li il sole tramontava alle 11 di sera. Visitammo Göteborg con il suo porto, il più grande della Scandinavia, è poi famosa per i suoi canali che e anche qui giretto in battello. Ma Andreas era felice proprietario di una Volvo 240 e quindi volle andare a vedere dove le costruivano, perché era qui che producevano le robuste vetture svedesi. Lui da allora ha sempre avuto Volvo e ancora adesso viaggia cona Volvo XC 60 piena di portabici con cui ha da poco sostituito da una Volvo XC 90 con un milione di Km. Son proprio robuste le Volvo. Allora c’era una pubblicità di un signore che per dimostrarne la robustezza stava seduto in cima a una portiera spalancata e gridava: EHIA VOLVO !
La direzione successiva verso la capitale Stoccolma, navigando col 206 sulla costa, ammirando il mare svedese. Incredibile come ci attirasse andare a Gotland la grande isola santuario di Ingemar Bergman per tutto quello che avevamo letto e visto nei suoi film. Uno dei luoghi mitici della mia esistenza per tanti versi e situazioni. Ma sentite cosa raccontava Bergman nella sua autobiografia Lanterna Magica che cercava una location per il film “Come in uno specchio”, Through A Glass Darkly, nel 1960, cercò per mesi di convincere la casa di produzione svedese a girare nelle isole Orkney, al largo della Scozia, dove adesso vive il nostro amato Adam Holland primatista delle 10 maratone in 10 giorni. Voleva un paesaggio desolato, freddo e inospitale, vicino al mare, e avendo sorvolato tutte le coste della Svezia in elicottero, si era convinto che non avrebbe mai trovato niente di simili nel suo paese. Questo fino a quando non raggiunse l’isola di Gotland, e un isolotto al largo della sua estremità settentrionale chiamata Fårö, che divenne la sua casa e infine ultima dimora
A Gotland non ci andammo e mi rimase un gran rimpianto, ma negli dopo ci andai io per due volte dopo e spero di tornarci ancora, tra l’altro ho visto dopo anche un bellissimo film sull’argomento https://youtu.be/EY12znC5Ue0 Sull’Isola di Bergman (Bergman Island)
Saltata l’isola tirammo dritto e arrivammo a Stoccolma. La prima volta a Stoccolma, che poi per varie vicende ci son tornato decine di volte. Con gli occhi di allora non mi sembrava bellissima un po’ ingarbugliata e piena di traffico, mentre decine di anni dopo è diventata una delle mie preferite, forse la preferita, perché qui ho conosciuto gente giusta che mi faceva stare bene anche se con un distacco e una signorilità tutta loro.
Quando arrivai a Stoccolma la prima volta non mi accorsi che erano quattordici isole con un arcipelago che di oltre 25 mila isolette che dal lago Mälaren arrivano fino al Mar Baltico. Il centro storico allora era incasinato, ma colorato e pittoresco, ma con un tocco di serietà e buon gusto tra fiori e bandiere giallo blu che sventolavano dappertutto. D’inverno sui canali pattinavano sul ghiaccio ed era bello passeggiare nelle tante gallerie coperte e riscaldate. D’estate è come da noi è possibile pescare o fare il bagno dappertutto.
Arrivati in Svezia i nostri fratelli Travemunde si diressero in un paio di supermercati e comprarono di ogni marca sconosciuta di birra almeno due lattine per la loro collezione, non calcolando che nonostante il forte autoconsumo in itinere avevano a bordo almeno 100 lattine piene. Una sera ci trovavamo al centro dell’arcipelago un bel posto che si chiamava Gamla Stan che è la Città Vecchia, il più antico quartiere della capitale e uno dei centri storici medievali meglio conservati del mondo. Parcheggiamo il 206 e ci mettiamo a passeggiare, quando improvvisamente si scatena una strana rissa. Praticamente dei poliziotti caricavano con delle moto come fossero dei cavalleggeri dei ragazzi un po’ alticci che lanciavan bottiglie tavoli e tutto quel che c’era da lanciare. Noi subito coraggiosi facemmo quattro passi indietro e salimmo sul 206 per dileguarci.
Ci dirigemmo a Riddarholmen che sono le due isole della città che, insieme, rappresentano la più grande e meglio preservata città medievale del Nord Europa, del XIII secolo. Qui ci trovammo davanti un posto di blocco con poliziotti armati fino ai denti e autoblindo con il compito di bloccare tutti quelli che venivano dalla rissa di Gamla Stan. Fermo per forza il 206. Ci fanno scendere e ispezionato il pulmino ci chiedono dove stavamo andando con tutta quella birra a bordo? Ci fanno salire su un autoblindo e dopo mezzora di rumoracci all’esterno sale un poliziotto col camice bianco e uno strano apparecchio che sembrava il poligrafo, la macchina della verità che usava la CIA durante la guerra fredda. Molto sardonicamente il Mengele della situazione mi prese la testa e me la infilò dentro. A quel punto mi vedevo già spedito su un sommergibile ombra a l’Avana per uno scambio tra spie. Quindi mi disse di aprire la bocca e mi infilò un tubo, quindi mi gridò in inglese: blows hard – soffia forte. In pratica era uno dei primi etilometri, il primo palloncino della mia vita.
Non so quali fossero gli esiti dei risultati alcolemici, ma sicuramente volevano darci una lezione per cui ci fecero una multa per il trasporto delle lattine, non so in base a quale articolo e ci diedero il consiglio di lasciare la città il più presto possibile. Felici di non essere stati spediti a L’Avana, il giorno dopo nascondemmo il 206 in una stradina per visitare il celebre museo Nobel e poi andammo all’isola di Djurgården, che in pochi metri raccoglie molte delle più belle attrazioni di Stoccolma, come il museo Vasa dove c’è dentro una nave intera che naufragò proprio lì vicino ripescata in perfette condizioni. E’ impressionante perché è una nave del XVII secolo rimasta intatta, Si chiama la Regalskeppet Vasa (anche solo Vasa), un galeone svedese ornato in modo elaborato che affondò durante il suo viaggio inaugurale nell’agosto del 1628.
Dopo queste visite braccati dalla polizia lasciammo nostro malgrado Stoccolma. Passando dal lago di Vänern puntammo più a nord, verso Oslo, una città divisa tra boschi e zone industriali. Il bello di Oslo è che i suoi comuni sono scarsamente popolati, ma le aree da visitare enormi. Ci fermammo, a Säffle, un piccolo paese vicino al confine con la Norvegia. Qui i percorsi boschivi si succedono l’uno dietro l’altro. Faceva caldo e allestimmo due piccole tende per trascorrere qualche ora immersi in un panorama di rara bellezza, prendemmo il sole in spiaggia e anche il bagno nelle acque limpide dell’omonimo lago.
E poi accendemmo anche il fuoco della sera cucinando la nostra specialità: uova con i funghi porcini che crescevano rigogliosi dovunque e nessuno coglieva. Eravamo ben attrezzati.
Avevamo modificato l’interno, inserendo due cassoni stretti e lunghi per i bagagli lungo le fiancate e una brandina richiudibile abbastanza larga per dormirci in due. Ma quando il posto e il meteo lo permettevano mettevamo fuori le due suite, cioè le due tende. Soprattutto sul muschio della Tundra era comodissimo dormire sul soffice, anche se non del tutto sicuro soprattutto dopo quello ci accade da lì a poco.
Ora la paura non esiste se si campeggia all’aperto e si pensa che sia la Svezia che sia la Norvegia siano costituite essenzialmente dall’elemento fisico naturale e non da quello spirituale paranormale.
Nei boschi e i piccoli villaggi c’è un forte attaccamento alle leggende e ai racconti popolari. Questi hanno una lunga tradizione orale e trovano il loro fondamento nella letteratura medioevale nordica o norrena che dir si voglia, costellata di creature mitiche, come troll ed elfi che vivono lungo i torrenti delle foreste. Tali personaggi hanno di solito una vita notturna, fatta principalmente di feste, i cui segni rimangono visibili da cerchi di erba lussureggiante sul terreno.
Altri personaggi mitici importanti sono il draugen, un pescatore senza testa che preannuncia gli annegamenti, i vetter, spiritelli che fungono da guardiani delle coste e il serpente Selma che, come il mostro di Loch Ness, abita le acque del lago Selijordvatn. Ovviamente tutte queste leggende e miti hanno il compito di accompagnare le caratteristiche geografiche di questi luoghi incontaminati. Spesso la sera noi Travemunde ci ridevamo sopra davanti il fuoco all’aperto. Avvicinandoci alla Norvegia, ci accorgemmo però che il nostro maggior compagno di viaggio era proprio un troll. In molti luoghi compariva la sua fisionomia e si sentiva la sua presenza proprio ai margini di quelle fitte foreste o e nei rumori che fuori delle tende percepivamo di notte.
Alla fine ci facevano compagnia e ci chiedevamoda dove vengono, chi sono e come sono fatti questi troll? Dicono che il troll sia comparso in questo paese alla fine dell’ultima era glaciale e che, dotato di quattro dita per ciascuna mano e piede, lungo naso e due o tre occhi, viva nell’ombra all’interno delle foreste, nei fiordi o tra le vette innevate. Dicono che ha un carattere molto irascibile, nonostante si pensi sia ben disposto verso l’uomo. I norvegesi sanno che ha il vizio di molestare i caproni e non sopporta il suono delle campane. Tra le tipologie di troll maggiormente presenti c’è il Nokklen, una creatura viscida che vive nei laghetti e l’Hundra, una tentatrice che seduce i giovani uomini, prima di portarli nel bosco. Per cui, alla fine visto che caproni non eravamo, aspettavamo le Hundre che ci seduccessero lasciando aperta la tenda.
Ma a parte gli scherzi queste presenze paranormali anche se positive si avvertono. Suggestione o integrazione con il grande Nord non saprei. Il tempo meteorologico cambiava meglio togliere le tende. Non paghi delle presenze notturne lasciammo la strada principale facendo una divagazione nel wildrness. Deviammo avventurandoci sulla strada del Peer Gynt con 57 km attraverso una parte del mondo montano più selvaggio e misterioso della Norvegia. Dunque lasciammo la strada principale di Høyfjellet attraverso Gudbrandsdalen, ed entrammo direttamente nel regno di Peer Gynt! Ma chi era Peer Gynt? Un personaggio di Ibsen un peccatore ed esploratore che torna a casa e per paura che il diavolo se lo porti si pente. Un eroe popolare Norvegese. Famosa è la musica che scrisse sull’opera Grieg da noi famosa per la pubblicità di 50 anni fa dell’OLIO SASSO, in cui Mulas si riveglia del sonno cantando la pancia non c’è più, la pancia non c’è più.
Ebbene piove e comincia far buio, guido su questa strada solitaria e circondata da basse betulle e muschi. Le nostre centinaia di lattine tintinnano ai sobbalzi. Sorpassiamo due persone che camminano nella semi oscurità a lato del bosco. Dopo un paio di minuti che ci sto a pensare mi fermo e aspetto che ci affianchino. Hey gente vi serve un passaggio. Grazie volentieri, ci rispondono in Inglese. E così salgono dietro sedendosi sulle cassapanche nell’oscurità. Parlano uno strano inglese gutturale con una voce roca. Lei non parla fa solo dei piccoli mugugni. Ci spiegano che sono in cerca di un loro figlio che stava facendo una gita nei boschi e si è perso. Gli offriamo due lattine di birra italiana in modo da non intaccare la collezione. Si sente uno strano odore di bruciato come se fossero stati poco tempo prima vicino a un falò, ma dove poteva esserci un falò con quella pioggia? Ma dove vanno in questa foresta di notte? I lori volti non si vedono coperti dai cappucci dei mantelli. A un certo punto mi dicono: “fermati fermati siamo arrivati”. Scendono con le due lattine in un crocicchio dove non c’è niente e vanno a destra.
Dopo una mezz’ora ci fermiamo a dormire, ma quella puzza di bruciato non se ne andava. La mattina dopo cominciamo a farci qualche domanda che per scaramanzia e passare indenni la nottata non avevamo avuto il coraggio di fare. Chissà chi erano e perchè cercare qualcuno con quel buio? Mah? viaggiamo sulla Peer Gynt Vejent senza incontrare nessuno. Viaggiamo con calma tutto il giorno sulla strada da Skeikampen a sud verso Dalseter e Espedalen attraversando piccoli villaggi da nomi difficili: Fagerhøy, Gålå e Fefor. Da Dalseter la strada è breve per Skåbu, da qui entriamo nel Langsua National Park e Jotunheimen. Insomma viaggiamo tutto il giorno attraverso territori sconosciuti dai nomi impossibili, neanche Dio sapeva dove fossimo finiti. Viene la notte e una tempesta violentissima si abbatte sulla foresta, il pulmino viene scosso più volte da rami caduti e tanti altri colpi. Come se qualcuno bussase e volesse entrare. Impossibile dormire e impossibile scendere o spostarsi. Peggio di qualsiasi notte che si possa immaginare. Al mattino la tempesta si placa e le prima luce dell’alba attraverso le foglie squarcia le tenebre. Scendiamo come da un vecchio relitto guardandoci intorno e tra rami e mucchi di foglie rabbrividiamo vedendo a terra due lattine di birra italiana.
Forse era un segno di qualcuno che voleva avvisarci di non deviare troppo dalla retta via, di non allontanarci troppo dai territori conosciuti, di non provare a giocare con il destino. La paura abbassa in fretta gli orizzonti di gloria.
Ma in fondo il nostro orizzonte di gloria non era così basso anzi era a 71 gradi di latitudine Nord: Capo Nord Perché proprio capo Nord. Semplice perché più a Nord in Europa in macchina non si può andare. Era arrivato il momento di fare qualcosa di grande, di speciale, qualcosa che sognavo da quando ero ragazzo, e che mi avrebbe battezzato come uomo,
I luoghi comuni dicono che non è la meta ma quel che si trova durante il viaggio la cosa importante. Ma qui l’obbiettivo era importantissimo. Arrivare lassù. Così visitammo Oslo in un giorno caldissimo unica cosa che mi rimase impressa la il VIKINGSKIPSHUSET museo delle navi Vichinghe meglio conservate del mondo, con la Gokstad dissepolta nel 1880. Da Oslo abbiamo puntato verso Bergen, attraversando degli altopiani tra i più belli e suggestivi di tutta la Norvegia. Infine, tutta la costa norvegese, volevamo andare alle Isole Lofoten, e anche Svalbard, ma non c’era tempo. So che Andreas ci tornò anni dopo alle Svalbard e mi raccontò che per girare fu obbligato dai Rangers a portarsi un fucile per difendersi dagli Orsi.
Più si saliva più il freddo, la pioggia e il vento aumentavano. Ai tempi bisognava traghettare per arrivare a Capo Nord non c’era ancora. La traversata fu breve ma burrascosa con onde altissime. Finalmente arrivammo al Rifugio che era un decimo di quello che è ora e fu lì che ci rilassammo finalmente con una bella zuppa di renna. I fratelli Travemunde continuarono per un altro mese e altri lunghi viaggi per poi dirsi Addio.
Era il 1 settembre 1981. A Capo Nord io tornai nel 1986 in autostop. Nel 1988 e 2009 in moto. Nel 2012 dopo la Maratona del Sole di Mezzanotte. Cinque volte forse non bastano il richiamo del Nord si sente ancora!
CERCANDO HOPPER

Non so se sono io che cerco Hopper o lui che cerca me, Avevo due vecchie sue stampe a casa una trentina di anni fa e poi mi regalarono un libro fotografico sui luoghi dove dipingeva. Io ero appassionato di fotografia, ma quelle tele eran meglio di qualsiasi foto da associare. Una altra volta che venni a New York andai a Nyack dall’altra parte dell’Hudson a visitare dove era nato e poi vidi la sua casa studio a New York. Recitano i libri che è il maggior rappresentante del Realismo statunitense che ha saputo esprimere contemporaneamente la solitudine dell’uomo moderno e la vita americana che colpisce il pubblico per la forza delle sue tele colorate e per tutto l’apparato fotografico, storico e bibliografico in cui viene ripercorsa la storia americana dagli anni Venti agli anni Sessanta: la grande crisi, il sogno di Kennedy, il boom economico.
Fu quando ci fu la mostra di 160 opere al Palazzo Reale di Milano che mi interessai a tutto il percorso della sua vita. La mostra era divisa in sette sezioni seguendo un ordine tematico e cronologico, dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi (in Europa si recò tre volte dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910), fino al periodo «classico» e più noto degli anni ’30, 40’ e 50’ per concludere con le intense immagini di grande e medio formato degli ultimi anni. Una riscoperta fulminante.
Andare a Capo Cod e passare da Truro senza andare a curiosare in mezzo a fari e dune in cerca di Hopper è impossibile. Hopper ha catturato la tranquillità dei cottage sul mare, delle baracche dei pescatori e di una luce come nessun’altra durante le estati a Cape Cod. Era un uomo solitario a casa in riva al mare, tra sabbia, erba delle dune e arbusti bassi. Lui e la sua collega artista moglie Josephine Nivison vivevano frugalmente in un pied a terre di New York City e nella loro casa studio estiva su Stevens Way a South Truro, che costruirono nel 1934.
Questo autunno del 2022 sembra un prolungamento dell’estate anche se non c’è in giro più nessuno andando a Cap Cod mi fermo qui. Ma la stagione è passata e Corn Hill Beach sul braccio esterno di Cape Cod non è più un parco giochi gioioso e brulicante. Ci cammina qualcuno col cane. Con la bassa marea, l’acqua calda di Cape Cod Bay si ritira per esporre banchi di sabbia liscia. Un bellissimo cielo verso Provincetown, taglia un cielo autunnale nebbioso, scintillando dalla baia di argento vivo. Qui ci fu il primo incontro dei pellegrini Mayflower con i frutti dell’agricoltura indigena, ma anche “Corn Hill”, l’iconico dipinto ad olio di Edward Hopper del 1930. Tutto sa di lui qui perché Hopper trascorse quasi 40 delle sue 84 estati a Truro, nel tratto ondulato e poco popolato di Capo Cod tra Provincetown e Wellfleet. Terre che, pur essendo collegate alla terraferma da una lunga striscia di sabbia, sono state a lungo un rifugio per coloro che cercavano qualcosa di diverso. I pellegrini, che sbarcarono lì nel 1620, lasciarono il posto ai balenieri del 19 ° secolo, e poi agli artisti, scrittori e liberi pensatori che iniziarono a trascorrere le estati lì quasi un secolo fa.
Ma cercare i panorami di Hopper a Truro può essere impegnativo. Il Capo era originariamente boscoso, ma era stato spogliato dall’insediamento. Hopper dipinse alla fine dell’era senza alberi; Da allora, pini e querce sono cresciuti lussureggianti, riempiendo il paesaggio di verde denso. Tele come “High Road” (1931) presentano tetti angolari come blocchi di colore contro le morbide, ma vivide ondulazioni del paesaggio postglaciale. Ma oggi, quel tratto della Route 6A è verdeggiante: più scuro e più comodamente familiare è bello viaggiarci in certi punti perché vedi il mare sia di qui che di là.
E’ difficile trovare Hopper qui e richiede due approcci: trovare i suoi luoghi, ma anche trovare i suoi paesaggi luoghi che potrebbe non aver mai dipinto, ma che conservano ancora il carattere di quell’epoca. Per fortuna nonostante siano tutti chiusi una guida che spiccica anche un po’ di italiano e spagnolo si offre di accompagnarmi per una trentina di dollari.
Mi da appuntamento a Highland House è il posto migliore per iniziare a cercare i posti di Hopper a Truro uno di loro, Highland Light, il mitico faro è lì accanto. Poi facciamo un giro Cape Cod National Seashore ha migliaia di ettari del tipo di paesaggio aperto che ha attirato l’attenzione di Hopper. Per raggiungere le Dune Shacks, parcheggiando a Snail Road dove facciamo una breve passeggiata attraverso le dune.
Poi andiamo a sbirciare la sua casa, ma la Hopper House non è aperta al pubblico, anche qui bisogna munirsi di pazienza ed andare a Fisher Beach. Si cammina verso sud lungo la battigia e a un certo punto appare quella grande finestra del cottage di Hopper.
Sebbene Hopper non abbia quasi mai dipinto la vista dal suo studio, il cosiddetto “Hopper Landscape” la vista dalla finestra del suo studio mantiene quell’apertura. Ma quest’anno, il paesaggio è stato ferito per una casa nuova che vuole inserirsi nel paesaggio di Hopper come fosse un trofeo. E’ una difficile convivenza per la tutela del paesaggio un mosaico invisibile di liti e alleanze, usi consuetudinari, aree grigie e cause legali. La guida mi racconta delle storie incredibili.
Gran parte dell’Outer Cape è protetta come parte del Cape Cod National Seashore, e i pochi vecchi edifici all’interno del parco sembrano i classici di Hopper. Uno di questi è la torre di legno della Old Harbor Lifesaving Station a Race Point che spunta sopra una duna di sabbia nebulizzata dal verde grigiastro dell’erba della spiaggia. L’edificio, che risale al 1897, fu spostato in quel particolare punto solo nel 1977, un decennio dopo la morte di Hopper. Altrimenti sarebbe andato perso.
Hopper dipinse l’Highland Light il faro vicino all’Highland Museum da dove siam partiti, nel 1930. Sebbene sia stato spostato indietro dal bordo della scogliera che stava per crollare nel 1996, la protezione del National Park Service ha assicurato che la vista assomigliasse ancora al dipinto di Hopper. Altri edifici ora in riva al mare nazionale erano fuori dalla portata visiva di Hopper.
Mi dice la guida che oltre al paesaggio e agli edifici, Hopper ha dipinto la luce ineffabile di Cap Cod, qui “La luce ha colore”, “I blu sono più blu, i rossi sono più rossi. “ L’essenza di questa leggendaria luce di Cape Cod è uno stato d’animo che persiste attraverso molte tavolozze diverse. Tutto poi diventa mito e leggenda. Mi racconta che alcuni giorni di mezza estate trascorsi a Truro spiegano l’aspetto particolare della luce del Capo che ha attratto Hopper arriva quando il sole estivo inizia a giocare con il tramonto, cadendo appena sotto i resti di un cielo pomeridiano instabile. Può durare ore, o solo secondi, ma questo è ciò che Hopper ha scelto di riportare nel suo studio.
Sono fortunato possessore di un libricino che ho comprato al Whitney museum di New York si chiama “Hopper’s Places”, di Gail Levin (seconda edizione, Università della California, 1998), che confronta i dipinti di Hopper a Cape Cod e altrove con istantanee più recenti, ma anche quel libro non dettaglia le posizioni dei siti. Alcuni luoghi, come Corn Hill, sono facili da trovare: sono sulla mappa, con gli stessi nomi dei dipinti. Alcuni non ci sono più: la stazione di servizio sulla Route 6 è ora un deposito di legna da ardere; la fabbrica di pesce a Cold Storage Beach è una base dimenticata; i binari del treno non ci sono più; la chiesa di South Truro è bruciata.
Dice la guida che la maggior parte sono come uova di Pasqua nascoste in tutto il paesaggio, le loro posizioni la conoscenza popolare tramandata come tradizione orale.
Anche se Hopper non si mescolava molto con la comunità di Truro, oggi è amato lì. L’eccezionale biblioteca ospita anche conferenze ed eventi regolari e gratuiti. Il venerdì sera d’estate , le gallerie d’arte di Provincetown, la grande città turistica in fondo a Cape Cod, rimangono aperte fino a tardi. Dice che è bello trascorrere la serata passeggiando per Commercial Street e scoprendo quanto il lavoro di Hopper continui a distinguersi e a influenzare gli artisti locali.
Lasciando Cap Cod Hopper e io ci siamo dati appuntamento a New York, una specie di rivincita su una visita abbastanza deludente che avevo fatto nell’ultimo mio viaggio nel 2018 quando all’interno del Whitney museum c’erano appena una decina di opere dll’artista. Infatti adesso Edward Hopper è in mostra fino al 5 marzo 2023 al Whitney Museum of American Art. L’esposizione riunisce molte delle immagini iconiche della New York di Hopper, nonché diversi esempi meno noti ma fondamentali e alcuni dei quadri che avevo visto 12 anni fa a Milano, la mostra è curata da Kim Conaty, Steven e Ann Ames con Melinda Lang.
Al settimo piano ci sono le solite dieci tele mentre al quinto piano c’è davvero tanto. Un grande tributo della sua città a Edward Hopper. New York era una città che esisteva nella mente oltre che sulla mappa, un luogo che prendeva forma attraverso l’esperienza vissuta, la memoria e l’immaginario collettivo. “La città americana che conosco meglio e che mi piace di più”, diceva.
Grazie a opere appartenenti alle collezioni del Whitney Museum e a importanti prestiti, la mostra riunisce molte delle immagini iconiche della New York di Hopper, nonché diversi esempi meno noti, ma di fondamentale importanza. Documenti come lettere, fotografie e diari sono in prestito dal Sanborn Hopper Archive, recentemente acquisito dal museo. Però neanche un’immagine di Cape Cod chissà perché? Tra i tanti studenti che vagavano per il museo due si sono prestati a guardare per otto ore un quadro vedi immagine.
Nato a 40 km nord e aver gironzolato a Parigi in gioventù a New York ha vissuto per quasi sei decenni dal 1908 al 1967, un periodo che abbraccia quasi tutta la sua carriera. La New York di Hopper non era un ritratto preciso della metropoli del ventesimo secolo. Durante la sua vita, la città ha subito un enorme sviluppo: i grattacieli hanno raggiunto vette da record e la popolazione, sempre più diversificata, è esplosa; nonostante ciò le sue raffigurazioni della città sono rimaste a misura d’uomo e per la maggior parte disabitate. Evitando lo skyline iconico della città e i punti di riferimento pittoreschi, come il ponte di Brooklyn e l’Empire State Building, Hopper ha rivolto la sua attenzione verso gli angoli più sconosciuti e fuori mano, affascinato dal legame tra vecchio e nuovo, civico e residenziale, pubblico e privato, che ha catturato i paradossi di una città in forte cambiamento. Qui sta proprio il fascino della New York sconosciuta e umana.
Forse non finiremo mai di inseguirci, ma le sue immagini, i fari, le luci di notte, sono un sipario dietro cui c’è la profonda visione dell’uomo moderno solitario e in conflitto con la vita esplosiva americana.
LA TORRE DEL MANGIA E I FANTASMI DI CAP COD

Visitare in autunno Cape Cod che significa “Capo Merluzzo” ha tutto il suo fascino, significa intraprendere un viaggio solitario di scoperta continua, che si dipana attraverso villaggi e piccole comunità di pescatori, una natura selvaggia e primordiale dove fioriscono alcune delle migliori spiagge della East Coast, antichi fari, mulini e case d’epoca, caratteristici chioschi di rivendita del pesce detti i clam shack, sentieri panoramici a stretto contatto con la natura e luoghi dove vibra ancora vivace l’arte e la letteratura. Di questa stagione è tutto chiuso. Zero turisti e solo pescatori e qualche addetto ai servizi. Difficile trovare da mangiare e dormire, ma non importa! Ci si sente unici e coccolati dai pochi che sono aperti.
Visitare Cap Cod è piuttosto veloce sono poco meno di 100 km anche in giornata si può fare, ma le attrazioni e i panorami sono molti dai fari ai villaggi più belli del New England. Una volta Cape Cod non era un’isola, ma lo è diventata nel 1914, quando, per esigenze di navigazione, venne scavato l’omonimo canale, attraversato ancora oggi dai 2 ponti il Bourne sulla Hwy-28 e Sagamore su Hwy-6 le uniche 2 strade percorribili per raggiungere l’isola dalla terraferma. All’andata prendo quest’ultimo che mi sembra più tranquillo.
Ma non c’è il traffico dei mesi estivi e durante il fine settimana, appena attraversato il ponte il canale è costeggiato da una bella pista ciclabile. Da qui si arriva a Sandwich: la cittadina più antica risalente al 1637. A Sandwich è un placido centro storico, dove un fiabesco laghetto di cigni è circondato da abitazioni d’epoca, campanili imbiancati e un antichissimo mulino ancora funzionante, Dexter Grist Mill del 1654 adagiato su un laghetto pieno di cigni, è un po’ il simbolo della città. Altra attrazione è Masthead, la casa a forma di nave di East Sandwich.
Con le sue caratteristiche abitazioni imbiancate a calce e una posizione naturale invidiabile a mare aperto, Chatham, il paese dopo è una delle cittadine più pittoresche di Cape Cod, non c’è in giro nessuno, inutile fare una passeggiata fra le vie dell’elegante Main Street, meglio visitare il porticciolo dove arrivano un paio di barche di pescatori ci sono delle le foche che aspettano i pescherecci che scaricano il pescato di giornata magari qualcosa c’è anche per loro, anche se ci sono un mucchio di cartelli con scritto non dare da mangiare alle foche. Bello il faro sulla Main Street è del 1878 e si gode una vista panoramica unica.
Praticamente tutto il versante verso l’atlantico dell’isola e lungo circa 65 km è parte del Cape Code National Seashore, un’aria naturale protetta fortemente voluta dal presidente Kennedy, che volle preservarne l’originario e autentico aspetto naturale. Si tratta di una distesa di spiagge, dune sabbiose, acquitrini paludosi, sentieri escursionistici e foreste primordiali, una vera e propria manna per chi ama stare a contatto con la natura incontaminata.
Dal centro partono numerose attività interessanti, molte gratuite, ma il parcheggio è a pagamento, 15 dollari per 1 giorno, spero non mi arrivi la multa ero l’unica auto in 65 km. Di spiagge interessanti ce ne sono moltissime, eccone 3 che ho sfiorato. LA prima Coast Guard Beach: spiaggia sorvegliata con servizi e uno splendido panorama su Nauset Marsh. La seconda Nauset Light Beach: altra bellissima spiaggia sormontata da un pittoresco faro bianco e rosso. Ed infine Head of the Meadow Beach: una vasta distesa costeggiata da dune sabbiose, la cui singolarità principale consiste nei relitti di vecchie navi che emergono dalla sabbia in momenti di bassa marea.
Il paese di Eastham non è un granchè, c’è solo il sentiero di Fort Hill con vista sul Nauset Marsh con passerelle di legno, paesaggi paludosi e colori autunnali. In paese c’è l’antico mulino a vento della città del 1680, la Captain Penniman House una villetta del 1868 appartenuta a un capitano di marina, con un’eccentrica mascella di balena a fare da cancello d’ingresso e poi cosa strana i Three Sisters Lighthousesche sono 3 fari del XIX secolo trapiantati uno di seguito all’altro in una radura sopra Nauset Light Beach.
A Wellfleet entrando in auto sembra di fare un tuffo negli anni ’50. La cittadina di Wellfleet non solo è rimasta quasi congelata nel suo placido aspetto da villaggio di pescatori di altri tempi, ma ha anche conservato una delle sue attrazioni più tipiche: un autentico Cinema Drive-In
Finalmente arrivo a Provincetown all’estremità nord del versante atlantico del Capo la capitale del capo; è qui che finisce la strada oltre c’è soltanto mare aperto. Provincetown è un vivace villaggio di pescatori, probabilmente il più interessante di tutta l’isola, caratterizzato da pittoresche casette in legno, bei giardini e intricate stradine. Lungo la strada principale (Commercial Street) si accalcano botteghe, bar, gallerie d’arte, personaggi bohémien di ogni tipo e vari negozi rivolti per lo più a gay, femministe e ambientalisti, ci saranno cento ristoranti ma di aperti solo 2 ed in giro solo qualche pescatore e carpentiere.
Il villaggio è sovrastato dalla Torre del Mangia sono un po’ più bassa è Pilgrim Monument, una torre di granito che stranamente è stata costruita qui per farci sentire in Piazza del Campo di Siena anche se con bandiere americane e camion giganti. Fu edificata fra il 1907 e il 1910 per celebrare il primo approdo dei Padri Pellegrini. Un buon allenamento 116 scalini che portano alla vetta, più una cinquantina di rampe rampette, ma su c’è una vista notevole su tutto il Capo Cod. Impressionanti tutte le targhe dei donatori all’interno.
I primi pellegrini contrariamente al mito popolare della Roccia di Plymouth sbarcarono l’11 novembre 1620 dove oggi sorge la cittadina di Provincetown, facendo di Capo Cod uno dei primi insediamenti inglesi in Nord America. Nonostante ciò, lo sviluppo urbano in questa zona fu piuttosto lento e la stessa Provincetown non fu che un gruppo di capanne fino al XVIII secolo. A causa degli insediamenti dei pellegrini la vegetazione della penisola fu gravemente danneggiata, basti pensare che per scaldare un’abitazione occorrevano dai 40 agli 80 m³ di legname all’anno, fatto che portò a una rapida scomparsa delle piante ad alto fusto. Anche lo sviluppo dell’allevamento di pecore merino, molto diffuso intorno al 1840, impedì un naturale sviluppo della flora.
Tutti botteghini per le gite in mare a caccia di foto a balene e delfini sono chiusi, ci sono due lunghi pontili che ricordano quelli del Forte de Marmi. In fondo a uno di questi vedo finalmente un po’ di vita. C’è una troupe giornalistica che sta girando un servizio. Mi avvicino e chiedo che mai è successo, non ci capisco molto ma poi mi son documentato.
Proprio quel giorno si era risolto il giallo della Signora delle dune dopo oltre 48 anni dopo: si chiamava Ruth Marie Terry. Il corpo fu trovato nel 1974 sulla spiaggia del parco nazionale di Cape Cod. Non aveva le mani per cui fu impossibile identificarla. La soluzione grazie ai Dna depositati per le ricerche personali vicino a Provincetown. Trucidata. Un caso irrisolto, senza che la polizia fosse mai riuscita a identificarla.
Ora la svolta grazie alle ricerche genealogiche con il Dna. La mattina di quel 26 luglio una persona che cammina con il suo cane scopre un cadavere tra le dune di Race Point. I report della polizia la descrivono così: bianca, fisico robusto, età compresa tra i 20 e i 40 anni, priva di alcuni denti, seviziata con un ramo dopo l’omicidio. La testa è quasi mozzata, appoggiata su un paio di jeans. Bandana blu e capelli a coda di cavallo. Quindi l’altro particolare brutale: è priva delle mani, tagliate di netto e fatte sparire per impedirne il riconoscimento delle impronte.
La polizia indaga in città e nei dintorni, la Scientifica cerca reperti, tutti sperano che arrivi una chiamata. Niente. I suoi resti saranno conservati per qualche tempo all’obitorio, in seguito li seppelliranno nel piccolo cimitero di St Peter, nell’erba sotto una semplice lapide. Gli agenti locali proveranno in tutti i modi a trovare risposte tra un mare di supposizioni su chi potesse essere. Una ragazza in fuga, una turista, una donna che a giudicare dagli interventi odontoiatrici era benestante. Non è mancata neppure una teoria che la collegava al celebre film “Lo squalo”: forse era una delle comparse, ipotizzano dopo aver rivisto una scena girata in un’area non troppo distante.
Nel corso degli anni sono eseguiti dei controlli su un paio di giovani protagoniste di esistenze spericolate, dal Canada al Maryland, quindi altre verifiche sempre a caccia di un filo giusto da tirare. Invece tutto finisce nel vicolo cieco. Altrettanto intricate le suggestioni sul responsabile dello scempio. Nella lista dei sospettati entra un “mostro” locale, poi il sicario della mala James Whithey Bulger (aveva l’abitudine di togliere dei denti alle vittime), infine il serial killer Hadden Clark ”confessa” l’aggressione. Piste rimaste sospese o evaporate per mancanza di riscontri concreti.
Gli investigatori faranno ricostruire da specialisti il volto della “lady” con la creta e al computer, un tentativo di rilanciare e di attirare l’attenzione di qualcuno che potesse ricordare. La breccia, invece, è arrivata con un metodo rivelatosi prezioso per risolvere altri episodi criminosi «antichi»: gli inquirenti probabilmente hanno setacciato «archivi», compresi quelli dove i privati depositano il loro Dna per ricerche personali (famiglia, parentele), li hanno incrociati con i campioni recuperati sulla scena del delitto e forse con altri dati contenuti nel file.
E’ un lavoro che ha richiesto tempo e pazienza. La determinazione li ha premiati, così sono riusciti a risolvere la prima parte del giallo. Con in mano il nome possono magari ricostruire le relazioni della vittima della quale al momento è stato rivelato poco. Nell’annunciare lo sviluppo l’ufficio dell’FBI di Boston ha precisato che Terry era nata in Tennessee nel 1936, era stata sposata ed era anche diventata mamma, con legami in California, Massachussets e Michigan. Al momento non è chiaro per quale si trovasse nella zona di Cape Cod. C’è ancora molto da raccontare sulla ragazza di Race Point.
Ma il clima di horror e fantasmi nonostante questo giallo in parte risolto grava sulla zona e sono molti i libri e i film sul paranormale girati qui. Ad esempio Red Tide, la prima metà del doppio lungometraggio della stagione 10 di American Horror Story, è ambientato proprio a Provincetown. Conosciuta anche come “P-Town” dalla gente del posto, la città diventa la casa dello sceneggiatore Harry Gardner e della sua famiglia mentre prende una residenza invernale per cercare ispirazione. La città ha immediatamente un’atmosfera spettrale, con Harry che scherza sul fatto che “ogni casa a Provincetown è infestata” da “fantasmi di vecchi balenieri”. La vera storia di Provincetown suggerisce perché il creatore della serie Ryan Murphy potrebbe essere stato attratto da essa come ambientazione, presentandola come una città con molti dei suoi fantasmi.
Provincetown fu uno dei primi insediamenti europei in Nord America. Come notato nella serie, i pellegrini a bordo della Mayflower sbarcarono lì prima di Plymouth Rock, firmando il Mayflower Compact per fondare la loro nuova colonia. Come Roanoke, un’altra ambientazione di American Horror Story, Provincetown è quindi associata al colonialismo e a tutta la violenza e il razzismo che ne sono derivati. Red Tide non sarebbe certamente la prima storia dell’orrore a usare i terrori del colonialismo americano come fonte di fantasmi soprannaturali.
Come suggerisce Harry, Provincetown era anche una parte importante del commercio baleniero nel 19 ° secolo. La città faceva parte dell’area di Cape Cod che era un centro di caccia alle balene, e ancora oggi ospita una maratona di lettura annuale di Moby Dick in onore di quella storia, magari si può fare anche vera! Il Portland Gale nel 1898 distrusse gran parte dell’industria baleniera e della pesca della città. Questo disastro naturale, o la frequente uccisione di animali intelligenti per il loro grasso, potrebbe essere il tipo di tragedia che porta anche a ossessionare.
La trama delle pillole nere di Red Tide suggerisce che Provincetown è piena di scrittori e creatori, e questo è vero anche nella realtà. Molti scrittori famosi hanno trascorso del tempo a Provincetown come i drammaturghi Eugene O’Neill e Tennesse Williams, i romanzieri Kurt Vonnegut e Michael Cunningham e il regista e icona queer John Waters. Murphy stesso è a volte residente a P-town. Quindi non è irrealistico che Harry si imbatta in altri scrittori di successo lì, e questa ricchezza di persone fantasiose potrebbe facilmente percepire la città come qualcosa di spettrale.
Provincetown è stata anche la patria della sua giusta dose di storie di fantasmi e eventi spettrali. Il Crowne Point Inn della città ha avuto a lungo storie di eventi spettrali e inquietanti, come il Cecil Hotel utilizzato in American Horror Story come ambientazione di una stagione precedente. Questi includono l’apparizione di una figura spettrale in un trench che sembra un capitano di mare. Altre storie di fantasmi di Provincetown includono storie di un coro spettrale, una famiglia di schiavi e immagini di Rosalia Bangs, morta colpita da un fulmine durante la costruzione del Pilgrim Monument.
Red Tide ha finora evitato di diventare un’altra storia di fantasmi, con invece pillole nere che trasformano gli utenti in creature simili a vampiri. Data la trama stravagante per cui il franchise è noto, i fantasmi potrebbero ancora essere un fattore, ma finora non c’è alcun segno di ciò. Ma anche senza fantasmi reali, la storia di Provincetown offre un’atmosfera infestata che spiega perché è la location di questa mezza stagione di American Horror Story. Di certo in Autunno anche i fantasmi hanno sloggiato coi loro autori.
MICHEAL JACKSON BLACK OR WHITE

Non mi è mai stato simpatico, anzi ho dovuto combattere per farmelo piacere! Nei primi anni 80 avevo una discoteca e lui imperversava. Ma il mio albergo a New York si chiama MSocial era proprio sopra il mio ristorante preferito Gallagher’s e il Neil Simon Theathre sulla 52 esima strada. Le code al botteghino e le lunghissime attese per entrare ai due spettacoli la sera e il pomeriggio mi hanno incuriosito nonostante i prezzi inavvicinabili. E così ho preso l’unico biglietto rimasto e quasi in prima fila sono stato strabilato dallo show. Soprattutto dai fan che ancora MJ ha e da come lo sentono vivo. Sono quasi tutte donne di colore sui sessanta o settanta anni che portano i nipotini e piangono e gridano tutto il tempo, Naturalmente è tutto sold out!
Strabilato si ma era davvero bravo o cattivo. Bianco o Nero? Mah di certo era bravo. Ma chi era il cattivo allora come in Who’s bad?, il refrain di una delle sue canzoni più celebri: chi fu il cattivo nella vita di Micheal Jackson? Il padre-padrone Joe, i medici compiacenti che lo riempivano di antidepressivi, i giornalisti che non gli davano tregua? O piuttosto lo stesso artista accusato di pedofilia? Sono le domande (appena accennate) che scandiscono il nuovo musical MJ: sì, Michael Jackson. Lo spettacolo dedicato al re del pop in preview al Neil Simon Theatre di New York, lo storico teatro tutto ori e stucchi sulla 52esima strada, che debuttare ufficialmente il prossimo 1 febbraio. Sempre che l’aumento di casi di Covid negli Stati Uniti lo permetta, visto che nell’ultima settimana molti show sono stati sospesi per i troppi contagi fra tecnici e attori.
Broadway naviga a vista, ma i fan di Michael Jackson non demordono. Agghindati con le giacche rossa di Thriller (uno proprio davanti a me) o gli strass di Billie Jean, da ormai due settimane riempiono ogni sera le 1362 poltrone della sala nonostante tocca affrontare una fila che fa il giro dell’isolato. Pronti ad applaudire ogni scena dello show da 22 milioni di dollari prodotto dalla Micheal Jackson’s Estate che scandaglia la vita dell’artista alla ricerca dei responsabili della sua infelicità. Gli esordi coi Jackson Five di cui era vocalist e star indiscussa, costretto coi fratelli a interminabili prove dal manesco papà Joe. E poi la dipendenza dal Demerol, l’antidolorifico propinatogli per farlo andare sereno in scena, assunto in dosi sempre più massicce fino a determinarne la morte, il 25 giugno 2009. Fino ai guai economici che lo spinsero a ipotecare pure Neverland: la tenuta alla periferia di Los Angeles dove ospitava un intero zoo. Senza dimenticare l’ossessione dei giornalisti per la sua vita privata, pronti a chiedergli di tutto, fuorché della musica.
Tutti cattivi, insomma: tranne Michael, il tenore con un’estensione vocale da 3 ottave e mezza, l’abilissimo ballerino capace di rivoluzionare la danza moderna, che sognando di essere Peter Pan ospitava ragazzini nel suo letto. Delle accuse di molestie non si fa mai parola: grazie all’espediente di ambientare la vicenda nel 1992, cioè l’anno prima elle denunce. Lo show, d’altronde, avrebbe dovuto debuttare tre anni fa: ma un documentario concentrato proprio sugli abusi (sempre negati dall’artista e dai suoi eredi) intitolato Leaving Neverland https://youtu.be/R_Ze8LjzV7Q e presentato al Sundance nel 2019, ne ha fatto slittare la messa in scena fino a ora. Convincendo gli autori a cambiarne anche il titolo, preferendo il conciso MJ, all’originale Don’t Stop ‘Til You Get Enough cioè “non fermarti finché non ne hai abbastanza” (il suo primo singolo entrato in hit parade, era il 1979) per non dar spazio ad ulteriori ambiguità.
A interpretare Michael Jackson al top della carriera è lo straordinario Myles Frost, 17 anni appena, capace di riprodurre impeccabilmente sul palco l’incredibile ‘moon walk’ – il più famoso passo dell’artista che per le sue coreografie studiò i più grandi danzatori d’America, da Fred Astaire a Bob Fosse – e pure l’acutissima voce. Quella delle canzoni e pure il falsetto della parlata che stando agli amici, non era affatto il timbro dell’artista nella realtà: ma un affettato tono bambinesco usato a favore di giornalisti e fan. L’apice, dunque. E l’inizio del declino. Una scelta della sceneggiatrice, la due volte Premio Pulitzer per la drammaturgia Lynn Nottage, che ha spiegato al Daily Mail: «Non sta a noi giudicare who’s bad, chi è il cattivo, in questa storia». La vicenda, riassunta in due ore e mezza di spettacolo, si svolge nell’arco di due giorni all’interno di uno studio di prova di Los Angeles: dove Michael prova con i suoi ballerini, alla vigilia del tour mondiale Dangerous, quello che, coi proventi dati interamente in beneficienza, contribuì alla sua bancarotta. Un artificio che permette di ripercorrerne l’intero repertorio e, attraverso flashback stimolati dalle domande di una documentarista impicciona, l’intera vita artistica e privata. Fin dagli esordi coi Jackson Five, appunto, grazie alla grinta del prodigioso Walter Russell III, 13 anni e già una lungo carriera sui palcoscenici di Broadway, che lo interpreta da bambino. Peccato che i chiaro-scuri di quella complicatissima vita restino sempre in superficie. Mera occasione per cantarci su: Who’s bad?.
Comunque le nonne che piangono mi resteranno per sempre impresse Who’s crying?
NYC SECONDA QUINTA VITA

Per mettere un odine parziale alla mia esistenza mi piace dividerla in diverse vite sperando di arrivare almeno a nove come i gatti.
PRIMA infanzia liceo e sci. SECONDA Università e Grandi Viaggi. TERZA Matrimonio e Mountain Bike. QUARTA Paternità e Bici da Strada. QUINTA Maratone e Maratone. SESTA Presidenza CSMI e Organizzazione Gare. SETTIMA OTTAVA NONA vedremo se avrò la fortuna di viverle.
NEW YORK maledetta o benedetta perché ha dato inizio alla mia SECONDA vita con un viaggio mitico in autostop coast to coast (ed oltre nel 1982) e alla mia QUINTA vita che è iniziata nel 2010 correndo la mia prima Maratona delle 520 che ho concluso finora. Ci corsi la prima Maratona da incosciente senza nemmeno sapere che cosa fosse, venni ad accompagnare un amico che mi iscrisse a tradimento. Lui sapeva che avevo un vecchio detto che rimbalzava intesta: “prima dei 50 anni bisogna correre la Maratona di New York e scalare l’Everest”. Già non so se l’avete mai sentito, ma questa cosa mi ossessionava come se dopo, col declino fisico, queste due cose fossero irraggiungibili. Una la feci.
Venivo dalla mia quarta vita quella del Ciclismo su strada, gran fondo, randonee e turismo estremo. Quell’estate ero allenatissimo perché feci il giro delle Alpi in bici da Mentone a Trieste, pedalando per tutti i passi mitici delle Alpi francesi, svizzere e austriache. 2.500 km con 30.000 m di dislivello. La mia prima Maratona a New York del 2010 fu una passeggiata devastante, perché ero pressappoco tarato per fare il giro del Lago d’Orta, ma alla fine si sta impegnati 24 ore tra notte insonne transfer attese al freddo e ritorno in albergo. Inutile fare il racconto delle sensazioni che si vivono, ci sono ormai in tutti i “post” del giorno dopo. Ma per me fare piedi e rivedere e sfilare in tutti quei posti che amavo così tanto da ragazzo come salire in cielo. Tutta la gente sembrava lì solo per me da Brooklyn a Central Park. Un vuoto enorme mi strinse il cuore quando tutto finì e tornai da solo nella mia cameretta. Ma giurai che non avrei più smesso, e dopo 12 anni son ancora qui a maratonare correndone 520 circa più un 200 non finite causa tempi stretti etc. ma nessun rimpianto ne polemica, anzi vale più una non finita con gusto che una portata a casa di traverso.
Dal 2015 sono entrato nella sesta vita spero me ne restino almeno altre tre vite come i gatti. La Sesta perché dal 2015 sono stato coinvolto nel vortice della Presidenza di Club di Supermaratoneti https://www.clubsupermarathon.it/ che ha comportato l’organizzazione di oltre 150 gare e tantissimi altri eventi e appuntamenti. Non è un alibi per non correre, ma lascia poco spazio ad altri passatempi. Era quasi un anno che non facevo una corsa dal bellissimo lungo mare del Forte dei Marmi. Fa un caldo anomalo l’autunno sembra non essere ancora cominciato col suo respiro tremulo di foglie gialle e rosse e il foliage di Central Park.
Gli operatori piangon miseria perché dicon che i numeri sono calati e le iscrizioni sono ancora quelle rimbalzate rinviate causa Covid nel 2020 e 2021. Comunque quella del 2022 ha avuto 47.743 finishers, tra cui 2251 italiani. L’ultima a cui avevo partecipato nel 2018 erano 52.813 e nel 2019 53.600 sempre bei numeri.
Molti la odiano o la invidiano, ma si dimenticano che di qui è passata la storia specie per le nostre generazioni di vecchietti che da ragazzi la vedevamo alla TV in diretta. Tante statistiche son già on line, ma come ci si sente alla quinta partecipazione in questo Oceano di maratoneti. Apparentemente è la corsa più facile della Terra perché le onde e le band ti portano da sole all’arrivo. Ma miglio dopo miglio si cambia visione ci si abbandona alle onde e si perde la nostra individualità, come una piccola pazzia ci prendesse tra i due milioni di spettatori e le 130 band che martellano.
Quando vengo qui mi viene naturale parafrasare Pirandello: UNO, NESSUNO, CENTOMILA (vabbè metà 50.000). La storia di Vitangelo Moscarda, detto Gengè, è un uomo benestante che vive nel paese di Richieri. Una mattina sua moglie Dida gli fa un’osservazione in sé innocua, ma che lo fa sprofondare in una profonda crisi esistenziale. La donna infatti gli fa scoprire una lieve pendenza del naso, un piccolo difetto di cui egli non aveva coscienza. Si accorge così che lui pensava di conoscersi e di sapere chi fosse, ma non è così: gli altri vedono in lui una moltitudine di difetti e di caratteristiche di cui lui non è a conoscenza. Lui non è “uno”, come credeva di essere, ma è “centomila”: ogni persona con cui entra in contatto lo vede in molto diverso. Il suo io è fratturato in un’infinità di maschere in cui lui non si riconosce.
Il maratoneta Vitangelo Moscarda è così Uno da solo che corre, e la realtà non è oggettiva in mezzo a così tanta gente. In tre mosse si passa dal considerarsi unici fra tutti (Uno, appunto) a concepire che si è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza di essere parte di questo evento in cui si è uno Cinquantamila che passano davanti a un milione di Persone . Ma mentre la città dei 50.000 la si vede solo alla partenza nelle 4 ore di stretta convivenza a Fort Wadsworth dove comincia il ponte di Verrazzano, la moltitudine dei due milioni di persone che urlano indemoniate la si tocca attraverso le 5 dita picchiate, i bassi delle band e gli acuti del pubblico, in questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito in un vortice di piacevole relativismo che ti spinge chilometro dopo chilometro. Piacere puro in cui è bello perdersi. Calpestare i centinaia di bicchieri di chi è passato prima. La musica che carica un po’ a molla un po’ a batteria.
Questa volta ho usato la maglia delle 10 in 10 con una vistosa scritta sulla schiena e la mia isola preferita quella di San Giulio ad Orta. Tutti quelli che mi sorpassavano mi chiedevano come era possibile fare sta follia per 10 giorni di fila. Gli rispondevo secco: it easy Keep going. E facile comincia a correre.
Nelle mie vite precedenti sono venuto tante volte a New York perché era la prima tappa per tanti viaggi e avventure. Ma fu nel 2010 ci corsi la prima Maratona da incosciente come ho detto sopra. E questo ha cambiato il destino in parte della mia vita che sia benedetta o maledetta New York non saprei.
La mia seconda Maratona a New York nel 2012 fu tragica. La città era stata devastata dall’uragano Sandy. Quando arrivammo il nostro Hotel era stato evacuato per sicurezza, poichè una gru incombeva su di lui. Non c’era corrente in metà Manhattan, dappertutto devastazione e relitti. Il venerdì sera ci dissero che non si sarebbe corso. Si sarebbero fatte solo delle sgambate a Central Park. Quella domenica mi misi in proprio e mi presi una rivincita. Partii alle 7.30 dall’arrivo dove era stato tutto predisposto e corsi la maratona al contrario attraversando tutti i quartieri che portavano il segno dell’Uragano appena passato. Arrivai alla sera al Ponte di Verrazzano, dove il tramonto illuminava la baia piena di ruspe e pompieri.
La mia terza Maratona a New York fu nel 2014. Ci andai per recuperare il pettorale del 2012 con mio figlio Carletto. Corse la sua prima Maratona e con i suoi 18 anni fu il più giovane finisher Europeo. Uno strano debutto, lui non era mai stato là e ripensavo a me giovane e a tutta la strada che ho fatto per poi consegnare a lui su un piatto d’argento la cosa più dura che mi era capitata qui.
La mia quarta Maratona a New York sarebbe dovuta essere nel 2016 con il Club Super Marathon Italia. L’idea era di fare un gruppo che provava a concluderla insieme, ma naufragò nonostante gli sforzi e rinunciai a venirci nonostante avessi già prenotato il pettorale. Ma nel 2018 qualcuno fortunato mi ha fatto partecipare alla lotteria e la vinsi e ci andai col gruppo di Podisti.net, tutti simpatici, Morselli in testa.
La mia quinta è partita dal caldo di una spiaggia dove oltre alla maratona ho progettato anche un viaggio nel New England che mi ha portato a scrivere questi racconti. Non doveva proprio andare così, ma la fortuna spesso è cieca e la sfortuna ci vede benissimo. Un paio di cose simpatiche di questa edizione è che senza darci appuntamento ci siam trovati tre membri del Direttivo del Club Super Marathon Italia in mezzo ai 50.000 partenti. Un’altra cosa strana è che ho accompagnato per caso un signore che partecipava per la prima volta dall’albergo fino facendo lo slalom alla prima linea della partenza districandolo nel labirinto di Fort Wadsworth. Aveva un nome che non cito ma bene augurante e in lui avendo 12 anni meno di me ho rivisto la mia prima NYC MARATHON del 2010. L’ho messo in guardia dalle possibili conseguenze… vedremo se tra un paio di anni diventa socio del CSMI.
Non conosco ancora le statistiche del 2022 in Italia ma penso che se guardiamo alle classifiche 2018 pre Covid https://www.maratoneinitalia.it/Anno%202018/Maratone%20pi%C3%B9%20partecipate%20in%20Italia.htm scorrendo è strano rendersi conto che la maratona di New York è la sesta maratona italiana come numero di partecipanti. Con i suoi più di 2.258 italiani al arrivati a Central Park è battuta solo da Roma (11.730), Firenze (7606), Milano (5.564), Venezia (4912), Reggio Emila (2.458) e subito davanti a Verona (2.052). Il Covid ha stravolto queste classifiche e i costi sono veramente andati alle stelle e un po’ si sono arrabbiati gli innamorati di New York altrimenti a quest’ora sicuramente saremmo più di 4.000, ma l’amore per gli italiani rimane che battono per presenze Francesi e Tedeschi alla stragrande.
Già New York ha qualcosa di speciale, l’attrattiva turistica e la nomea che dà risalto in patria.. ancora adesso dire ho corso la Maratona di New York verso il 99% dei non addetti genera meraviglia e scalpore come se fosse un’impresa eccezionale. Eppure sempre su Correre nel 2017 dei 39.700 che ha concluso una maratona hanno corso in 74 italiane e 127 estere e New York è la principessa.
Alla partenza di ognuna delle 5 wave si sente Sinatra che canta: “My little town blue I’m melting away, I wanna be a part of it New York New York!!!”, Sono spesso stato parte di questa grande mela, di questo melting’ pot dolce e confusionario, un palcoscenico con le luci sempre puntate, una città sempre accesa 24 ore su 24 senza alcuna tregua.
“The city that doesn’t sleep”, cantava Frank Sinatra. A chi non è mai piaciuta questa canzone? Suggestione infantile, qui tutto appare alto immenso e irraggiungibile e anche la Maratona di New York potrebbe ricadere in questa suggestione. Inutile ripetere la solita storiella: “Scusi, ma lei corre le maratone? Ha corso anche quella di New York?”
Per il 99% delle persone, quella di New York appare più lunga, più dura, immensa e irraggiungibile. Deformazione mentale o semplici sogni che vorrebbero avverarsi. Troppi film, libri, foto della nostra gioventù, quando la globalizzazione passava ancora dal cavo sotto l’atlantico appena più in là delle Colonne d’Ercole. Allora c’era ancora il modo dire “ho trovato l’America”.
Il Javis Center dove danno i pettorali che è immenso è stato forse il Covid Center più grande del mondo. Dopo il Covid dopo Leman Brothers e l’11 settembre, hanno fatta sentire New York più fragile e vicina. 11 settembre che è pur sempre il giorno del mio compleanno. Al posto delle Torri Gemelle c’è la torre della libertà di 1776 piedi, pari a 541 metri e 32 centimetri al pennone (mentre l’altezza fino al tetto è di 417 metri) Il numero 1776 non è casuale: è stato scelto poiché rappresenta l’anno della dichiarazione d’indipendenza degli USA. Su al ristorante si versa qualche lacrima pensando a quando si cenava quassù nelle torri gemelle e come la vita sia strana e come quelle 2966 vittime e 6000 feriti gridano ancora tra le strutture del nuovo palazzo. I ricordi delle torri gemelle sono tanti. La nebbia, la giacca affitata per il ristorante, e dove si era il giorno dell’attentato e con chi… ma come è nato tutto ciò?
Mi ricordo l’inizio della mia Seconda vita la prima volta che arrivai a New York avevo solo 20 anni e tanta strada da fare davanti. Un volo Sabena la vecchia compagnia Belga che non c’è più da Brussels per 99 $. Solo il nome dell’aeroporto mi dava i brividi: JFK. Johnatan Fitgerald Kennedy. A pronunciarlo brividi di libertà e sangue dietro la schiena. Presi la metro per il centro che mi faceva un po’ paura tanto peggio di quella di Milano. Mi dicevo che brutto posto, era come “1999 fuga da New York”. Ma quando salii i gradini della metro e sbucai fuori, avevo davanti un grattacielo immenso, il Pan Am Building, la compagnia aerea che non c’è più. Era notte e alzai gli occhi al cielo su e ancora più su. Più li alzavo, più mi mancava il fiato. Immensa apnea, immensa immagine. Una parete di finestre illuminate infinite arrivava fin oltre potevo scorgere. Buttai indietro tutta la testa, la bocca aperta trattenendo il respiro.
Quando mi ripresi, mi sentivo molto piccolo, un moscerino spazzato da un tornado in fondo a un Canyon. In quel momento morivano tutte le mie certezze di ventenne e capii con molta umiltà che bisognava ricominciare da capo, un po’ come perdersi alla maratona di New York. Col mio zaino vagai nellla notte tra quelle valli di cemento e cristallo senza più ripeter l’errore di cercare il cielo e alzare gli occhi. Avevo imparato. Più giovane marmotta che figlio dei fiori, piantai con orgoglio alle 4 di mattina la mia canadese nell’unica aiuola di un Medical Center ma lasciai la testa fuori per non perdermi neanche un attimo dell’America. Tra Jet Lag e emozioni mi svegliai solo dopo tre o quattro ore quando una fredda potente doccia mi fece scoprire come funzionano bene gli irrigatori automatici dei prati americani.
Il giorno dopo galleggiavo sulle Avenue, portato da maree di impiegati in grisaglia e donne con tailleur da hostess come se fossero stati fatti tutti con uno stampino New Yorker. Pochi turisti e nessun italiano. Con lo zaino azzurro e la vecchia Nikon, battezzai tutte le icone della City. Cominciai da impacciato boy scout, ma imparai a fare lo slalom tra immensi incroci e maree di YesMen che venivano dalla parte opposta.
Di sicuro facevo un poco pena o forse simpatia. A differenza di Milano, c’era sempre qualcuno che ti salutava e sorrideva, e adesso è rimasto uguale, la gentilezza prima di tutto. Non ti parlava, ma capivi che non eri del tutto fuori posto. La prima cosa che scoprii furono i piccoli negozi traboccanti di ogni merce e quelli di elettronica agli albori gestiti da ebrei, lontani da quello che sarebbero stati poi i centri commerciali delle periferie e dei Mall. Avevo un budget di 500 $ per tre mesi, altro che ebreo, potevo spendere solo 6 $ a giorno. Cominciai a nutrirmi di latte e biscotti secchi, viaggiavo a piedi e in autostop e stavo ben lontano da qualsiasi locale dove si dovesse bere una cosa calda o mangiare un boccone. Alto là! Girare al largo! Ascoltavo da fuori le voci dei camerieri. Everything’s ok? Need something else? Are you done? Do you want the bill? You can pay me! Pensavo, che noia questi, e se uno al ristorante volesse passarci un’oretta a fare una chiacchierata tranquillo, quante volte spezzerebbero il discorso, quante smorfie, tutto per farsi lasciare il 18% di mancia, così dei miei 6 dollari se ne sarebbe già evaporato uno.
Guardavo incuriosito come usassero la carta di credito per pagare tutto, anche un caffè. Da noi ancora non esistevano. Sognavo di far come loro, viaggiare con un paio di jeans e una carta di credito illimitata, occupandomi di far grandi scoperte senza badare a come sbarcare il lunario un po’ come fa finta di fare Billy adesso. Tutti i giorni carne, salmone, le patate ripiene di burro, verdure e frutti colorati, polli fritti, l’indiano, il thai, il sushi, e senza farsi riconoscere italiano. E poi il primo Motel sulla via senza cercare ponti o giardini dove piazzare la tenda.
Facendo questua e chiedendo passaggi, girai tutta New York isole comprese, e la usai come trampolino e serbatoio di motivazione per il più grande viaggio della mia esistenza, quasi sempre in autostop o su qualche scassato pullman riuscìi in tre mesi a fare 25.000 km visitando 38 stati Usa, 6 del Canada e 4 del Messico, facendo due Coast to Coast e andando dall’Alaska alla Florida, passando da Acapulco.
Tanti sarebbero gli episodi da raccontare. La neve nello Yukon ad agosto, due alci che mi entrarono in tenda nella baia di Hudson, una tempesta di sabbia nel Deserto di Chihuahua, gli amici di San Francisco che mi portarono a vedere il tramonto sul Golden Bridge e che sento ancora adesso. E che dire di quando mi arrestarono sulla Turnpike Highway vicino a Tampa in Florida perché era vietato fare l’Autostop. Allora non c’erano i telefoni e le collect call erano difficili. Ai miei poveri genitori mandai solo una cartolina dall’Alaska dopo un mese, quando la ricevettero abbandonarono ogni speranza di venirmi a cercare, mio padre diceva “di sicuro ha già fatto tutta la Siberia e sarà a Mosca: un paio di settimane ed arriva…”
Quando mi sentivo solo e sconsolato e cercavo un passaggio, pensavo che quella strada finiva a Nyc sotto il Pan Am Buiding, coi 6 dollari che avrei avanzato sarei salito su un Taxi Giallo e avrei girato nello scorrere lento del traffico; quando il tassametro avresse segnato 5,99 sarei saltato giù dal taxi cantando: “My vagabond shoes are longing to stray….”
Se negli Usa è difficile perdersi, a New York è impossibile. Le strade di Manhattan formano una griglia di vie parallele e perpendicolari tra loro che si ripete con ordine nella mente. Anche durante la Maratona, quando si arriva a Manhattan si torna all’ordine delle caselle dei nostri vecchi neuroni: quelle orizzontali sono le Street e sono numerate (la 34esima, la quarantaduesima, ecc.) in ordine crescente da sud a nord e quelle verticali sono le Avenue, anch’esse numerate in ordine crescente ma da est a ovest, obviously. Su Uptown e giù Downtown. Le distanze si misurano col numero di blocks: 3 blocks, 5 blocks. No maps. Se si ha il coraggio di alzare gli occhi, si vede l’Empire State Building, e gli altri grattacieli, dal Chrysler al Rockfeller Center.
Fa eccezione Broadway, ma si fa perdonare per i musical e i teatri tutti intorno al Times Square e alla 42esima strada. Tanta luce, colori, schermi giganti su grattacieli senza fine, insegne pubblicitarie, rumori del traffico e una folla incredibile di gente che si muove come in un formicaio. Scioccante, bello, eccitante, soffocante, ma dà la carica come un ultimo chilometro.
Mancano due torri da allora, le più alte, quelle che pur facendo uno sforzo non si vedeva la fine. Là c’è Ground Zero, un grande buco, una ferita che ancora sanguina, immenso spazio vuoto nel cuore di Manhattan, tante vite perdute, ma pieno di significato e di forza, perché nessuno si é arreso. Adesso c’è il World Trade Center Memorial, per non dimenticare mai, per far capire che quella ferita deve rimanere la Freedom Tower da cui guardo giù pranzando.
Sembra di stare su aereo guardare giù da questa torre. il Ponte di Verrazzano là in fondo e l’Hudson sotto di noi. Un puntino verde la statua della libertà e ordinata come la Svizzera lo scacchiere di Ellis Island. Mi ricordo l’ultima volta che presi il traghetto per l’isola dove arrivavano gli emigranti un secolo fa. Non c’ero mai stato perché lo consideravo troppo turistico, ma mi ero ripromesso di andarci. Da bambino mia nonna mi raccontava sempre di un suo fratello che aveva 15 anni più di lei che andò in America e sparì nel nulla. Inutile le ricerche neppure si seppe se fosse mai arrivato. Fu il cruccio che si portò nella tomba la mamma di mia nonna. Qui adesso con 7 dollari si ha accesso ai registri che sono stati digitalizzati e si può fare una ricerca accurata tra 65 milioni di dati. Con un po’ di pazienza inserendo il cognome e il paese di origine lo riesco a trovare, incredibile! IL 7 maggio 1908 il fratello scomparso di mia nonna arrivò a New York da Napoli sul bastimento Liguria da allora che fine abbia fatto è un mistero, ma mi piace pensare che qualche suo nipote mi abbia dato il cinque ieri sulla First Avenue. New York è sempre New York


