“The city that doesn’t sleep”, cantava Frank Sinatra. A chi non è mai piaciuta questa canzone? La chiamavano la città che non dorme mai, ma oggi Milano e Roma sono peggio: proprio ieri alle 3:50 del mattino mi hanno distrutto la bella Prius regolarmente parcheggiata a Trastevere, fosse stato un colpo di sonno della ragazza che me l’ha investita oppure la voglia di non dormire mai. Ma i grattacieli sono nati qui sull’Hudson e, anche se ormai sanno di naftalina, lasciano il sapore dei sogni che facevamo da bambini.
Suggestione infantile, qui tutto appare alto immenso e irraggiungibile e anche la Maratona di New York potrebbe ricadere in questa suggestione. Inutile ripetere la solita storiella: “Scusi, ma lei corre le maratone? Ha corso anche quella di New York?”
Per il 99% delle persone, quella di New York appare più lunga, più dura, immensa e irraggiungibile. Deformazione mentale o semplici sogni che vorrebbero avverarsi. Troppi film, libri, foto della nostra gioventù, quando la globalizzazione passava ancora dal cavo sotto l’atlantico appena più in là delle Colonne d’Ercole. Allora c’era ancora il modo dire “ho trovato l’America”.
Lucio Dalla Cantava “Ma l’America è lontana, dall’altra parte della Luna”, ma adesso, dopo Leman Brothers e l’11 settembre, tutto é meno fulgido e qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure della memoria. Avvenimenti che ce l’hanno fatta sentire più fragile e vicina. Tutto passa, e poi l’11 settembre è pur sempre il giorno del mio compleanno e quest’anno anche la data della Maratona del Presidente, Panta Rei.
Ricordo la prima volta che ci arrivai avevo 20 anni e una vita davanti. Un volo Sabena da Brussels per 99 $. Solo il nome dell’aeroporto mi dava i brividi: JFK. Johnatan Fitgerald Kennedy. A pronunciarlo brividi di libertà e sangue dietro la schiena. Presi la metro per il centro che mi faceva un po’ paura tanto era tanto peggio di quella di Milano. Mi dicevo che cesso di posto, era come “1999 fuga da New York”. Ma quando salii i gradini della metro e sbucai fuori, avevo davanti un grattacielo immenso, il Pan Am Building, la compagnia aerea che non c’è più. Era notte e alzai gli occhi al cielo su e ancora più su. Più li alzavo, più mi mancava il fiato. Immensa apnea, immensa immagine. Una parete di finestre illuminate infinite arrivava fin oltre potevo scorgere. Buttai indietro tutta la testa, la bocca aperta trattenendo il respiro.
Quando mi ripresi, mi sentivo la più classica cacca di mosca su di un classico vetro pulito, un moscerino spazzato da un tornado in fondo a un Canyon. In quel momento morivano tutte le mie certezze di ventenne e capii con molta umiltà che bisognava ricominciare da capo. Col mio zaino vagai tutta la notte tra quelle valli di cemento e cristallo senza più ripeter l’errore di cercare il cielo e alzare gli occhi. Avevo imparato. Più giovane marmotta che figlio dei fiori, piantai con orgoglio alle 4 di mattina la mia canadese nell’unica aiuola di un Medical Center ma lasciai la testa fuori per non perdermi neanche un attimo dell’America. Tra Jet Lag e emozioni mi svegliai solo dopo tre o quattro ore quando una fredda potente doccia mi fece scoprire come funzionano bene gli irrigatori automatici dei prati americani.
Il giorno dopo galleggiavo sulle Avenue, portato da maree di impiegati in grisaglia e donne con tailleur da hostess come se fossero stati fatti tutti con uno stampino New Yorker. Pochi turisti e nessun italiano. Con lo zaino azzurro e la vecchia Nikon, battezzai tutte le icone della City. Cominciai da impacciato boy scout, ma imparai a fare lo slalom tra immensi incroci e maree di YesMen che venivano dalla parte opposta.
Di sicuro facevo un poco pena o forse simpatia. A differenza di Milano, c’era sempre qualcuno che ti salutava e sorrideva. Non ti parlava, ma capivi che non eri del tutto fuori posto. La prima cosa che scoprii furono i piccoli negozi traboccanti di ogni merce e quelli di elettronica agli albori gestiti da ebrei, lontani da quello che sarebbero stati poi i centri commerciali delle periferie e dei Mall. Avevo un budget di 500 $ per tre mesi, altro che ebreo, potevo spendere solo 6 $ a giorno. Cominciai a nutrirmi di latte e biscotti secchi, viaggiavo a piedi e in autostop e stavo ben lontano da qualsiasi locale dove si dovesse bere una cosa calda o mangiare un boccone. Alto là! Girare al largo! Ascoltavo da fuori le voci dei camerieri. Everything’s ok? Need something else? Are you done? Do you want the bill? You can pay me! Pensavo, che noia questi, e se uno al ristorante volesse passarci un’oretta a fare una chiacchierata tranquillo, quante volte spezzerebbero il discorso, quante smorfie, tutto per farsi lasciare il 18% di mancia, così dei miei 6 dollari se ne sarebbe già evaporato uno.
Guardavo incuriosito come usassero la carta di credito per pagare tutto, anche un caffè. Da noi ancora non esistevano. Sognavo di far come loro, viaggiare con un paio di jeans e una carta di credito illimitata, occupandomi di far grandi scoperte senza badare a come sbarcare il lunario Tutti i giorni carne, salmone, le patate ripiene di burro, verdure e frutti colorati, polli fritti, l’indiano, il thai, il sushi, e senza farsi riconoscere italiano. E poi il primo Motel sulla via senza cercare ponti o giardini dove piazzare la tenda.
Facendo questua e chiedendo passaggi, girai tutta New York isole comprese, e la usai come trampolino e serbatoio di motivazione per il più grande viaggio della mia esistenza, quasi sempre in autostop o su qualche scassato pullman riuscìi in tre mesi a fare 25.000 km visitando 38 stati Usa, 6 del Canada e 4 del Messico, facendo due Coast to Coast e andando dall’Alaska alla Florida, passando da Acapulco.
Tanti sarebbero gli episodi da raccontare. La neve nello Yukon ad agosto, due alci che mi entrarono in tenda nella baia di Hudson, una tempesta di sabbia nel Deserto di Chihuahua, gli amici di San Francisco che mi portarono a vedere il tramonto sul Golden Bridge e che sento ancora adesso. E che dire di quando mi arrestarono sulla Turnpike Highway vicino a Tampa in Florida perché era vietato fare l’Autostop. Allora non c’erano i telefoni e le collect call erano difficili. Ai miei poveri genitori mandai solo una cartolina dall’Alaska dopo un mese, quando la ricevettero abbandonarono ogni speranza di venirmi a cercare, mio padre diceva “di sicuro ha già fatto tutta la Siberia e sarà a Mosca: un paio di settimane ed arriva…”
Quando mi sentivo solo e sconsolato e cercavo un passaggio, pensavo che quella strada finiva a Nyc sotto il Pan Am Buiding, coi 6 dollari che avrei avanzato sarei salito su un Taxi Giallo e avrei girato nello scorrere lento del traffico; quando il tassametro avresse segnato 5,99 sarei saltato giù dal taxi cantando: “My vagabond shoes are longing to stray….”
Se negli Usa è difficile perdersi, a New York è impossibile. Le strade di Manhattan formano una griglia di vie parallele e perpendicolari tra loro che si ripete con ordine nella mente. Anche durante la Maratona, quando si arriva a Manhattan si torna all’ordine delle caselle dei nostri vecchi neuroni: quelle orizzontali sono le Street e sono numerate (la 34esima, la quarantaduesima, ecc.) in ordine crescente da sud a nord e quelle verticali sono le Avenue, anch’esse numerate in ordine crescente ma da est a ovest, obviously. Su Uptown e giù Downtown. Le distanze si misurano col numero di blocks: 3 blocks, 5 blocks. No maps. Se si ha il coraggio di alzare gli occhi, si vede l’Empire State Building, e gli altri grattacieli, dal Chrysler al Rockfeller Center.
Fa eccezione Broadway, ma si fa perdonare per i musical e i teatri tutti intorno al Times Square e alla 42esima strada. Tanta luce, colori, schermi giganti su grattacieli senza fine, insegne pubblicitarie, rumori del traffico e una folla incredibile di gente che si muove come in un formicaio. Scioccante, bello, eccitante, soffocante, ma dà la carica come un ultimo chilometro.
Mancano due torri da allora, le più alte, quelle che pur facendo uno sforzo non si vedeva la fine. Là c’è Ground Zero, un grande buco, una ferita che ancora sanguina, immenso spazio vuoto nel cuore di Manhattan, tante vite perdute, ma pieno di significato e di forza, perché nessuno si é arreso. Adesso c’è il World Trade Center Memorial, per non dimenticare mai, per far capire che quella ferita deve rimanere.
Come dicevo, a New York son tornato più volte perché l’ho usato come trampolino per altri viaggi e avventure. Ultimamente anche per le Maratone. Nel 2010 ci corsi la prima Maratona da incosciente senza nemmeno sapere che cosa fosse. Avevo una vecchio detto che rimbalzava intesta: “prima dei 50 anni bisogna correre la Maratona di New York e scalare l’Everest”. Già non so se l’avete mai sentito, ma questa cosa mi ossessionava come se dopo, col declino fisico, queste due cose fossero irraggiungibili. Una la feci. Quell’estate ero allenatissimo perché feci il giro delle Alpi in bici da Mentone a Trieste, pedalando per tutti i passi mitici delle Alpi francesi, svizzere e austriache. 2000 km con 25.000 m di dislivello.
La mia prima Maratona a New York nel 2010 fu devastante, ancora adesso ne porto il segno. Inutile fare il racconto delle sensazioni che si vivono, ci sono ormai in tutti i “post” del giorno dopo. Ma per me rivedere e sfilare in tutti quei posti che amavo così tanto era come salire in cielo. Tutta la gente sembrava lì solo per me da Brooklyn a Central Park. Un vuoto enorme mi strinse il cuore quando tutto finì e tornai da solo nella mia cameretta. Giurai che non avrei più smesso.
La mia seconda Maratona a New York nel 2012 fu tragica. La città era stata devastata dall’urugano Sandy. Quando arrivammo il nostro Hotel era stato evacuato per sicurezza. Non c’era corrente in metà Manhattan, dappertutto devastazione e relitti. Il venerdì sera ci dissero che non si sarebbe corso. Si sarebbero fatte solo delle sgambate a Central Park. Quella Domenica mi misi in proprio. Partii alle 7.30 dall’Arrivo dove era stato tutto predisposto e corsi la maratona al contrario attraversando tutti i quartieri che portavano il segno dell’Uragano appena passato. Arrivai alla sera al Ponte di Verrazzano, dove il tramonto illuminava la baia piena di ruspe e pompieri.
La mia terza Maratona a New York fu nel 2014. Ci andai per recuperare il pettorale con mio figlio Carletto. Corse la sua prima Maratona e con i suoi 18 anni fu il più giovane finisher Europeo. Uno strano debutto, lui non era mai stato là e ripensavo a me giovane e a tutta la strada che ho fatto per poi consegnare a lui su un piatto d’argento la cosa più bella che mi è capitata qui.
La mia quarta Maratona a New York sarà nel 2016 con il Club Super Marathon Italia. L’idea è di fare un gruppo che provi a concluderla insieme.
Come saprete, quest’anno si va a New York. Chi l’ha già corsa ha sempre piacere a tornarci, per chi non c’è mai stato è un sogno ricorrente.
Per noi non sarà la prima maratona, ma solo una tappa di passaggio verso altre centinaia di maratone. Ma potrebbe essere un traguardo memorabile dopo una lunga vita di corse.
Abbiamo stipulato una convenzione con Born to Run. Una decina di soci hanno già aderito.
L’obiettivo è quello di formare possibilmente un gruppo di almeno 20 persone. Poi, se si riesce, correre insieme il più possibile con i colori del Club.
Troverete in allegato tutte le notizie e le informazioni del caso. Le quote sono rimaste invariate.
03/08 novembre 2016 – 4 notti a NYC – volo diretto da Milano o Roma.
Quotazione di gruppo
Hotel Hampton Inn Manhattan 35th St./Empire State Building 3*
Camera quadrupla: 1.240 €
Camera tripla: 1.340 €
Camera matrimoniale: 1.510 €
Camera doppia 2 letti: 1.530 €
Camera singola: 2.120 €
Pettorale garantito: 399 €
Spese gestione pratica incluse
Tasse aeroportuali + surcharge incluse
Per iscrivervi, potete contattare me o direttamente Born to Run, precisando che fate parte del nostro gruppo.
Ci vediamo tutti sul Ponte di Verrazzano all’alba. Enjoy your run.
Qui di seguito alleghiamo le schede da compilare e rimandare per mail a Born to Run oppure al sottoscritto. Le schede.doc si possono scaricare e compilare in word senza stamparle. Le schede.pdf devono invece essere aperte, stampate e compilate manualmente.
Clicca sui seguenti allegati per scaricare i file.doc e aprire/stampare i file.pdf:
Club Super Marathon Italia NYCM16.pdf
Dopo alcune foto panoramiche, di seguito le foto del tifo dei New Yorkers durante la NYCM 2009 (di Mario Liccardi)














