Varsavia, una “classica” scoperta – di Fabio MARRI

L’ultima domenica di settembre offre discrete varietà di scelta per i maratoneti: in campo mondiale, si impone la 52^ edizione della maratona di Berlino (la migliore al mondo secondo il mio parere generato da 412 traguardi nel settore, in 37 anni); mentre in Italia è arrivata a 52 anche la maratona del Mugello che, insomma, vivacchia. Per quanto mi riguarda, in questo giorno 27 avrei dovuto fare tutt’altro, fisicamente più riposante (un congresso); ma siccome un mese fa il congresso è stato annullato, eccomi a cercare in giro qualcosa di più concreto. Mi è caduto l’occhio sulla 48^ maratona di Varsavia (maratonwarszawski.com), in una città e nazione dove non ero mai stato (per curiosità, sarebbe anche la mia maratona più a est dell’ex oltrecortina; ma se comprendo il ‘mondo libero’, allora Helsinki e Atene restano più in là). Oltretutto, la mia agenzia concittadina preferita (Ovunque) lancia in via sperimentale la sua prima partecipazione, con sede in un albergo-grattacielo a 400 metri dalla partenza-arrivo; per di più, dal povero aeroporto di Bologna ci sono voli diretti di due compagnie low-cost: dunque, affare fatto, e venerdì sera si atterra all’aeroporto Chopin, da dove un trenino porta nei pressi dell’albergo.
Notare: l’azienda trasporti locale offre il viaggio su tutte le linee (che peraltro costerebbe una fischiata: meno dell’equivalente di un euro a corsa) gratis agli over 70, e per tutti i tre giorni userò in abbondanza l’eccellente servizio di tram, davvero capillare e confortevole una volta decifrati i nomi delle fermate e soprattutto capito che se devi partire, per esempio, da Centrum 4, non puoi andare a Centrum 3 pensando che sia la fermata subito prima: è la fermata sul lato opposto e porta in direzione opposta! Aggiungo che, quanto ai prezzi, nemmeno le auto stanno troppo male: in un distributore vedo la benzina attorno a 1,87 e il gasolio a 2,09; qualcosa in meno si spende pure al ristorante, specie se non bevi vino.
Il centro maratona è antistante all’enorme Palazzo della Cultura (un regalo del regime comunista alla città, di cui voleva essere l’edificio più alto, oggi però superato dai grattacieli del nuovo corso); il pettorale costa 90 euro (60 euro all’inizio, 120 last minute), e come usa in quasi tutto il mondo, il pacco-gara contiene pochi gadget il cui uso va interpretato provando a tradurre le istruzioni sulla scatola (questo si mangia o si spalma?). Se vuoi di più, la t-shirt costa dai 17 ai 26 euro, l’incisione sulla medaglia 7 euro e così via: insomma, un low cost con tanti optional. Expo piuttosto modesta – non esistono gli assaggini ambiti dalle nostre parti -, eppure è presente uno stand delle maratone di Milano (oltretutto, sponsorizzata dalla compagnia low cost con cui ho viaggiato!) e di Verona “Biegaj z Romeo i Julia”, che hanno la “specjalna promocja” di 5/10 euro di sconto.
Dopo il ritiro del pettorale, sabato resta tutto il tempo per un giro nella città vecchia, quasi completamente distrutta dalla guerra (non lamentiamoci troppo dei bombardamenti sulle nostre città: Varsavia è stata letteralmente spianata, con centinaia di migliaia di morti – soprattutto ebrei – e ricostruita nel dopoguerra, massicciamente dagli anni Ottanta): la zona all’interno delle vecchie mura e fino al fiume Vistola è quasi totalmente pedonalizzata e godibilissima dai tanti turisti che la affollano. E alla fine della giornata (conclusa, manco a dirlo, da una cena a base di pierogi) google avverte che ho camminato 10 km, non esattamente l’ideale per la maratona dell’indomani. Ma che cosa è più importante?
Previsioni meteo rispettate: domenica fa bello, un minimo di nebbia al mattino, poi si alza il sole garantendo 11-12 gradi iniziali, e 19-20 nelle ore più calde. Il parco attorno al palazzo della cultura è pieno di servizi (inclusi i bagni chimici, davvero molti): d’altronde, siamo in 13600 iscritti (più 7000 per la 10 km che partirà un’ora dopo noi). Il viale di partenza e arrivo non è larghissimo, e la fila dei partenti si allunga per qualche centinaio di metri. Per fortuna, come usa in buona parte del mondo, la classifica è determinata dal tempo netto, e dunque nessuno spintona per passare avanti dopo lo sparo. Come esempio cito uno dei miei compagni di gruppo-Ovunque, il milanese Pietro Largo, partito addirittura 18 minuti dopo il via, eppure classificato col real time di 4.40.
Si entra nel recinto transennato senza controlli, ma come riferimento sull’asfalto sono segnati i punti dai quali partiranno i tantissimi pacemakers, addirittura due ogni 5 minuti (3.45, 3.50, 3.55 per esempio). Un’altra cosa positiva sono i ristori: non solo a intervalli più frequenti dei canonici 5 km, ma soprattutto spalmati su una lunghezza anche superiore ai 100 metri, con schiere di bambini e ragazzi che ti mettono in mano bicchieri di “voda” (acqua) fresca o iso, o sorreggono cartoni con spicchi di banane. Non ricordo davvero, nelle 412 esperienze di cui sopra, dei ristori così ben gestiti; se proprio devo fare un’obiezione, è per la mancanza di tè caldo, almeno nei primi km. Nella seconda metà saranno graditissime le docce di acqua nebulizzata. Grande abbondanza di wc chimici quasi ad ogni ristoro.
Non mancano i complessi o i tam-tam o gli altoparlanti con musica varia; numeroso e chiassoso il pubblico ai lati della strada, con alcuni cartelli di incitamento di cui si capiscono quelli inglesi (“in una scala da 1 a 5, tu sei 42,195”, o “tu corri più veloce del nostro governo”). I tratti più piacevoli del percorso – va da sé, chiuso al traffico senza eccezioni nemmeno per le biciclette – sono quelli al di là della Vistola (in un quartiere che curiosamente si chiama “Praga”), con due avant-indree attorno al nuovissimo stadio; qualche tratto a fianco di boschetti o parchi verso metà gara e, dopo interminabili rettilinei su stradoni contornati dalle tipiche “case piatte”, i casermoni tipici dei Paesi Satelliti, il rientro dopo il km 38 nella città vecchia, con la meravigliosa “strada reale” lastricata, e il susseguirsi di chiese e monumenti (a Copernico, al poeta Mickiewicz, al condottiero Sobieski, all’eroico cardinal Wiszinski), la casa di Joseph Conrad, la chiesa di S. Croce dove sta il cuore di Chopin.
Peccato solo (sportivamente parlando) che le segnalazioni dei km dopo il 30 comincino a divergere in modo netto dai nostri gps: sarà esagerato il mio che alla fine dà 42,770, ma quasi tutti i miei colleghi hanno distanze sopra i 42,500, e insomma qualcosa non quadra. Anche dopo il traguardo, ci tocca fare 100 metri buoni per ricevere l’originale medaglia (divisibile in due, una delle parti da regalare eventualmente a un nostro caro), e almeno altri 400 per il ristoro finale e l’interruzione delle transenne. Disponibili anche le docce, ma nel mio caso preferisco qualche minuto di cammino in più per raggiungere l’albergo. Dove sono già quasi tutti i compagni di gruppo, preceduti dalla squisita accompagnatrice Katia (che ha corso 25 km) e con la singolare presenza dei tre supermaratoneti biellesi Ploner: il padre Luigi (nato 1952, con 236 maratone terminate entro il 2025) che oggi ha chiuso in 5.05 dopo essere stato tamponato da un baby jogger che l’ha fatto cadere battendo le ginocchia, il figlio non ancora trentenne Giovanni (4.57) e l’altro figlio Pietro, del 1983 con 52 maratone soprattutto in Spagna e Germania, che stavolta si è accontentato della 10 km. Ma il più veloce è stato il duo trevigiano composto da Stefano Fava, che ha finito in 3.54, e Irene Visentin 4.45, con in mezzo Franco Laghi, unico mio corregionale (di Faenza), finisher in 4.25.
Per la cronaca, a vincere nettamente è stato il keniano Stephen Kibor (terzo alla maratona di Riga, 4 mesi fa) col personale di 2:09:19, tre minuti davanti al duo ugandese Victor Kwemboi – Ezekiel Mutai. Più combattuta la gara femminile, dove la 28enne ungherese Lili Anna Vindics-Tóth (argento agli europei di Birmingham di metà agosto) col suo nuovo personale di 2:24:48 precede di soli 9 secondi l’etiope Gelane Senbete. Le donne che hanno concluso la gara sono 2265, contro 8559 maschi. Il tempo massimo era 6.30, ma in 28 sono stati ‘perdonati’, fino alle 7h15: tra loro c’è anche l’italiana Silvia Genova, una F40 partita decisamente troppo veloce (primi 5 km ai 7:12), che ha scontato lo sforzo nella seconda metà, faticosamente portata a termine in 3 ore e tre quarti per un tempo complessivo di 6.50 La categoria più numerosa è stata quella degli M 30, con 2574 arrivati, poi gli M 20 e gli M 40, ciascuno con oltre 2300 finisher. Percentuali di arrivati, rispetto ai partiti, dal 96% in su, tranne la categoria F70 dove sono arrivate solo 2 su 4, lasciando dunque vacante un posto sul podio; come è accaduto anche tra gli M80, salvo che dei 2 partiti ne sono arrivati 2, e il vincitore, Ian Gronski, ce l’ha fatta in 5.32.
Vanno di moda anche i “circuiti”, e mentre quello delle majors alza ogni anno l’asticella (adesso c’è pure Sidney, e mi aspetto da un anno all’altro l’Antartide), Varsavia è inserita tra le “European Classics”: con Roma, Vienna, Madrid, Londra, Copenhagen, Lisbona, Francoforte.
Guarda caso, senza saperlo le ho fatte tutte. “Ho vinto qualche cosa?”, chiedeva Robertino ai Gialappas…

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